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  • Studio2026- Considerazioni sull’immunoterapia nella neuropatia delle piccole fibre e nelle neuropatie sensitive distali

    Studio2026- Considerazioni sull’immunoterapia nella neuropatia delle piccole fibre e nelle neuropatie sensitive distali

    Fonte principale: Oaklander AL. Immunotherapy considerations for distal sensory-predominant and small-fiber peripheral neuropathies. In: Handbook of Clinical Neurology. Vol. 184. Elsevier; 2021:373-392. doi:10.1016/B978-0-444-64227-0.00052-2

    (Lo studio completo, tradotto, sarà  disponibile a breve nell’ Archivio Soci).

    Negli ultimi anni il tema della possibile componente autoimmune nella neuropatia delle piccole fibre (NPF) ha attirato un interesse crescente. Parallelamente, soprattutto online, si è diffusa l’idea che basti risultare positivi a determinati autoanticorpi (come anti-FGFR3, anti-TS-HDS e simili) per avere automaticamente una neuropatia autoimmune e dover quindi intraprendere terapie immunitarie.

    La revisione scientifica pubblicata da Anne Louise Oaklander affronta proprio questo argomento in maniera molto più prudente e rigorosa rispetto a come spesso viene raccontato sui social o in alcuni contesti commerciali.

     L’articolo parte da un concetto importante: alcune forme di NPF possono effettivamente avere una componente immunomediata. Questo oggi è supportato da numerosi studi, soprattutto nei casi associati a condizioni come sindrome di Sjögren, lupus, sarcoidosi, celiachia, neuropatie post-infettive, alcune forme post-COVID e altre malattie disimmuni. Tuttavia, gli autori sottolineano più volte che il concetto di “NPF autoimmune” è ancora in evoluzione e che non esistono biomarcatori perfetti in grado di definire con certezza tutti i casi.

    Ed è qui che arriva uno dei punti più interessanti dell’intero lavoro: la forte riduzione del peso attribuito ad alcuni autoanticorpi recentemente proposti come biomarcatori della NPF.

    L’articolo spiega chiaramente che anticorpi come anti-FGFR3 e anti-TS-HDS, oggi inclusi in alcuni pannelli commercialmente disponibili, non sono specifici per la NPF e non dimostrano una causa autoimmune. Gli studi disponibili vengono descritti come ancora limitati, eterogenei e spesso preliminari. In diversi casi, questi anticorpi sono stati riscontrati anche in pazienti senza un chiaro quadro autoimmune.

    Gli autori invitano quindi a evitare interpretazioni eccessivamente semplicistiche. Un pannello anticorpale positivo, da solo, non basta per concludere che una neuropatia sia autoimmune, così come non basta per decidere automaticamente una terapia con immunoglobuline o immunosoppressori. La valutazione deve sempre comprendere il quadro clinico completo, la biopsia cutanea, i test autonomici, la presenza di eventuali altre malattie autoimmuni, l’andamento temporale della neuropatia e tutti gli altri elementi neurologici rilevanti.

    In parole povere: la loro presenza non viene considerata sufficiente per definire una neuropatia come autoimmune né per orientare verso trattamenti immunomodulanti.

    La review invita quindi a contestualizzare sempre i dati laboratoristici all’interno del quadro clinico generale. Biopsia cutanea, test autonomici, andamento temporale dei sintomi, eventuali comorbidità immunologiche e caratteristiche neurologiche complessive rimangono elementi fondamentali nella valutazione del paziente.

    Grande attenzione viene dedicata anche al tema delle immunoglobuline endovena (IVIG), oggi spesso al centro del dibattito tra pazienti e clinici. Gli autori riportano come alcuni pazienti sembrino effettivamente beneficiare delle terapie immunomodulanti, in particolare nei casi con forte sospetto disimmune. Allo stesso tempo viene ricordato che il primo trial randomizzato controllato sulla NPF idiopatica dolorosa* non ha evidenziato una superiorità statisticamente significativa delle IVIG rispetto al placebo.

    *Geerts M, de Greef BTA, Sopacua M, van Kuijk SMJ, Hoeijmakers JGJ, Faber CG, Merkies ISJ. Intravenous Immunoglobulin Therapy in Patients With Painful Idiopathic Small Fiber Neuropathy. Neurology. 2021;96(20):e2534-e2545.

    Questo non significa che le immunoterapie “non funzionino”, ma che la situazione reale è molto più complessa di come spesso venga presentata. Esistono pazienti che rispondono bene, altri che migliorano solo parzialmente, altri ancora che non mostrano benefici evidenti. Gli stessi autori insistono sul fatto che le decisioni terapeutiche dovrebbero essere personalizzate e basate sull’insieme delle evidenze cliniche, non su un singolo esame di laboratorio.

    La revisione affronta anche il problema della diffusione troppo rapida di informazioni preliminari. In più punti viene sottolineato il rischio che dati ancora incompleti vengano interpretati come verità consolidate, soprattutto quando entrano in gioco test commerciali o protocolli terapeutici molto costosi.

    Molto interessante è anche il passaggio della review dedicato ai pazienti classificati come “idiopatici”. Gli autori sottolineano infatti come, in una parte dei casi, l’assenza di una causa identificata possa riflettere non tanto una reale natura “senza causa” della neuropatia, quanto piuttosto i limiti degli strumenti diagnostici attualmente disponibili o screening incompleti.
    Questo è particolarmente rilevante perché, nella pratica clinica, molti pazienti con NPF vengono sottoposti a indagini limitate e, in assenza di alterazioni evidenti agli esami più comuni, finiscono rapidamente nella categoria “idiopatica”. La review invita invece a considerare con maggiore attenzione quei segnali clinici che possono giustificare approfondimenti immunologici più mirati, soprattutto in presenza di disautonomia importante, andamento fluttuante, sintomi sistemici, interessamento non lunghezza-dipendente o altre manifestazioni suggestive.

    Tra le condizioni maggiormente discusse vi è la sindrome di Sjögren. Gli autori evidenziano come alcuni pazienti con NPF possano presentare forme sieronegative o incomplete della malattia, nelle quali gli autoanticorpi classici risultano assenti oppure i sintomi tipicamente associati alla sindrome siano ancora sfumati o non riconosciuti. In questi contesti, il rischio è quello di classificare rapidamente il paziente come “idiopatico” senza approfondire adeguatamente il possibile coinvolgimento immunologico.

    La review sottolinea quindi l’importanza di una valutazione clinica approfondita nei casi sospetti, ricordando come alcune malattie autoimmuni possano manifestarsi inizialmente proprio con una neuropatia delle piccole fibre, talvolta anche anni prima della comparsa di altri segni più tipici. Allo stesso tempo, gli autori mantengono un approccio molto prudente: il messaggio non è che tutte le NPF idiopatiche siano necessariamente autoimmuni, ma che la neurologia moderna stia progressivamente rivalutando il possibile peso dei meccanismi immunitari in una quota di neuropatie precedentemente considerate prive di causa identificabile.

    Anche questo aspetto contribuisce a restituire l’immagine di una NPF estremamente eterogenea, nella quale probabilmente convivono sottotipi biologicamente differenti che la ricerca sta ancora cercando di definire con maggiore precisione.

    Nel complesso, il messaggio della revisione è molto diverso da certe narrazioni semplificate che oggi circolano online. La componente autoimmune nella NPF esiste ed è reale in alcuni pazienti, ma la neurologia moderna richiede prudenza, contestualizzazione e valutazioni cliniche complete. Gli autoanticorpi recentemente proposti come biomarcatori della NPF non vengono affatto presentati come prove definitive di autoimmunità, e anzi il lavoro invita esplicitamente a non sovrainterpretarli.

    Nel lavoro emerge chiaramente quanto il panorama clinico della NPF sia estremamente eterogeneo. Accanto a forme probabilmente immunomediate, vengono descritte neuropatie genetiche, metaboliche, tossiche, post-infettive e associate a disautonomia o ad altre condizioni sistemiche. Gli stessi autori sottolineano come il termine “NPF” possa racchiudere realtà biologiche molto differenti tra loro.

    Particolarmente interessante è la descrizione dei pazienti con sospetta NPF immunomediata. In molti casi si tratta di persone relativamente giovani, con esordio relativamente rapido, andamento fluttuante, peggioramenti improvvisi o sintomi autonomici marcati. Viene inoltre discusso il possibile ruolo di trigger immunitari quali infezioni, vaccinazioni o eventi infiammatori sistemici precedenti.

    La review dedica inoltre molto spazio al coinvolgimento autonomico, ricordando che la NPF non riguarda soltanto dolore, bruciore o parestesie. Le piccole fibre regolano infatti numerose funzioni automatiche dell’organismo, e il loro danneggiamento può manifestarsi con tachicardia ortostatica, alterazioni pressorie, disturbi gastrointestinali, sudorazione alterata, problemi urinari, disregolazione termica, secchezza oculare e orale e numerose altre manifestazioni spesso frammentate tra specialisti diversi.

    Gli autori sottolineano anche quanto la NPF venga ancora frequentemente sottodiagnosticata o attribuita erroneamente a disturbi funzionali, ansia o fibromialgia, soprattutto quando gli studi di conduzione nervosa tradizionali risultano normali. Viene ricordato infatti che questi esami valutano prevalentemente le grandi fibre, mentre la NPF può essere presente anche con elettromiografia completamente normale.

    Anche la biopsia cutanea, pur essendo considerata uno strumento estremamente utile, non viene descritta come infallibile. La review ricorda che esistono possibili falsi negativi, che la perdita di fibre può essere disomogenea e che non sempre esiste una correlazione perfetta tra severità dei sintomi e densità delle fibre intraepidermiche.

    Sul piano terapeutico, il lavoro mantiene un approccio molto prudente. Vengono discussi corticosteroidi, immunoglobuline endovena, plasmaferesi, rituximab e altri immunomodulanti, ma senza mai presentarli come cure universalmente efficaci. Gli autori insistono più volte sul fatto che alcuni pazienti possano migliorare in maniera significativa, mentre altri mostrano benefici modesti o assenti.

    La sensazione che emerge leggendo questa review è che la neurologia delle piccole fibre stia attraversando una fase di enorme evoluzione. Sempre più evidenze suggeriscono che sotto il termine “NPF” possano convivere sottotipi biologicamente differenti, alcuni dei quali probabilmente immunomediati.

    Proprio per questo gli autori insistono sulla necessità di evitare semplificazioni, sovrainterpretazioni e automatismi diagnostici. La crescente attenzione verso i meccanismi immunitari rappresenta senza dubbio un progresso importante, ma la review ricorda anche quanto siamo ancora lontani dall’avere biomarcatori definitivi o terapie universalmente efficaci.

    Il messaggio finale è quindi quello di una medicina basata sulla prudenza clinica, sull’interpretazione critica degli esami e sulla necessità di ulteriori studi, evitando sia il negazionismo verso la NPF sia le interpretazioni eccessivamente semplicistiche diffuse online.

    Il quadro che emerge è quello di una malattia probabilmente composta da sottotipi biologicamente differenti, per i quali la ricerca dovrà ancora chiarire biomarcatori affidabili, meccanismi patogenetici e possibili approcci terapeutici mirati.

    AINPF


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  • Meccanismi immunitari della neuropatia delle piccole fibre associata alla sindrome post-vaccinale da SARS-CoV-2 – Nuovo studio italiano 2026

    Meccanismi immunitari della neuropatia delle piccole fibre associata alla sindrome post-vaccinale da SARS-CoV-2 – Nuovo studio italiano 2026

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    Negli ultimi anni si è iniziato a parlare sempre di più di sintomi neurologici persistenti comparsi dopo infezione da SARS-CoV-2 o, in alcuni casi, dopo vaccinazione. Tra questi sintomi rientrano quadri che chi conosce la neuropatia delle piccole fibre riconosce subito: bruciore, formicolii, dolore neuropatico, disautonomia, affaticamento profondo, difficoltà cognitive.

    Il problema è che, fino ad oggi, questi pazienti sono stati spesso lasciati in una zona grigia: esami standard negativi, spiegazioni vaghe e una generale difficoltà a inquadrare il fenomeno in modo rigoroso.

    Questo studio, condotto dai nostri ricercatori  italiani tra Genova e Bologna (Tra cui i dottori Donadio, Giannoccaro, De Maria), rappresenta uno dei primi lavori strutturati che prova a fare chiarezza in maniera seria, andando a vedere non solo i sintomi, ma anche cosa succede davvero a livello biologico.

    Lo studio analizza 71 pazienti che, prima della vaccinazione, erano sani e senza patologie neurologiche note. Dopo il vaccino sviluppano sintomi neurologici, ma tutti gli esami tradizionali risultano negativi: risonanza, elettromiografia, test standard. Questa è una cosa fondamentale, perché è esattamente la situazione che vediamo ogni giorno: pazienti con sintomi evidenti, ma senza risposte dagli esami “classici”. Quando però si va a guardare dove bisogna guardare davvero, cioè le piccole fibre, il quadro cambia: nei pazienti che hanno eseguito la biopsia cutanea, la grande maggioranza mostra una riduzione delle fibre nervose. Questo significa una cosa molto semplice: il problema c’è, è organico, ed è misurabile.

     

    Non la classica NPF lunghezza-dipendente

    Lo studio conferma che questi pazienti hanno un quadro compatibile con neuropatia delle piccole fibre, ma con caratteristiche particolari.

    La prima è la rapidità di insorgenza. I sintomi compaiono in media dopo pochi giorni dalla vaccinazione, spesso in modo improvviso. Questo è molto diverso dalla NPF classica, che da letteratura tende ad avere un’evoluzione lenta e progressiva.

    La seconda è la distribuzione dei sintomi. Non si tratta solo del classico schema “a calza e guanto”. In moltissimi pazienti sono coinvolti il volto, il collo e il tronco. Questo tipo di distribuzione è tipico delle forme immuno-mediate e non delle neuropatie degenerative classiche.

    La terza è la persistenza. I sintomi non sono transitori: a distanza di oltre un anno, molti pazienti riportano ancora un’intensità significativa. Questo ci dice che non siamo di fronte a una reazione passeggera, ma a un processo che si mantiene nel tempo.

     

    Un problema immunitario

    La parte più importante dello studio è quella immunologica, perché prova a rispondere alla domanda vera: perché succede?

    Quello che emerge non è la presenza di un singolo meccanismo semplice, ma un’alterazione complessa del sistema immunitario. In questi pazienti si osserva una condizione di attivazione persistente. Alcune cellule del sistema immunitario risultano più “aggressive” del normale, con una maggiore capacità di attaccare i tessuti anche in assenza di un bersaglio preciso. Allo stesso tempo, aumentano cellule immature provenienti dal midollo, segno che l’organismo è in uno stato infiammatorio attivo.

    Questa alterazione non è solo teorica, ma è supportata da dati concreti. Lo studio evidenzia infatti un aumento di specifici marcatori infiammatori circolanti, in particolare cellule precursori provenienti dal midollo (CD34+) con caratteristiche pro-infiammatorie, e una maggiore presenza di linfociti T con profilo “innate-like”, cioè più aggressivi e meno regolati.

    Queste cellule hanno una caratteristica importante: possono attivarsi e danneggiare i tessuti anche senza un bersaglio preciso, quindi senza il classico meccanismo antigene-anticorpo. Questo le rende potenzialmente in grado di contribuire direttamente al danno o alla disfunzione delle piccole fibre.

    In altre parole, non si tratta semplicemente di “infiammazione generica”, ma di un sistema immunitario che cambia comportamento: aumenta la produzione di cellule infiammatorie e, allo stesso tempo, circolano cellule con una maggiore capacità di attaccare i tessuti. Questo tipo di assetto è già noto in altre malattie immuno-mediate ed è coerente con l’ipotesi che anche in questi pazienti il problema sia legato a una risposta immunitaria persistente e disfunzionale, ed è proprio questo che può spiegare il danno alle piccole fibre.

    Autoanticorpi: questo studio ridimensiona molto certe narrazioni

    Un punto che merita di essere chiarito bene riguarda gli autoanticorpi, perché negli ultimi anni si è diffusa molto l’idea che basti trovare determinati  anticorpi per fare diagnosi di NPF o per dimostrare che si tratti di NPF autoimmune (idee assolutamente false).

    Lo studio ha cercato specificamente anticorpi contro ACE2 e NRP1, due bersagli spesso citati nelle ipotesi post-vaccino.

    Il risultato è molto chiaro: questi anticorpi si trovano in una minoranza dei pazienti, ma si trovano anche in persone sane vaccinate. E soprattutto, la differenza tra i due gruppi non è significativa. Questo significa che non permettono di distinguere chi ha la malattia da chi non ce l’ha. Tradotto in termini clinici: non sono utilizzabili come test diagnostici.

    Questo non vuol dire che gli autoanticorpi non esistano o che non abbiano mai un ruolo. Vuol dire che, in questo contesto, non rappresentano il meccanismo principale e non possono essere usati come scorciatoia diagnostica.

    Ed è un punto fondamentale, perché sposta completamente il focus. Non siamo davanti a una malattia spiegabile con “un anticorpo = una diagnosi”, ma a una disfunzione immunitaria complessa, che non può essere ridotta a un singolo parametro di laboratorio.

     

    Un aspetto cruciale: quando i sintomi esistono anche senza degenerazione delle fibre

    Lo studio sottolinea anche un altro elemento molto importante, spesso sottovalutato: la riduzione delle fibre non è l’unico modo in cui la NPF può manifestarsi. Chi ci segue, soprattutto nei gruppi pazienti, sa che insistiamo spesso su questo punto, in particolare quando una persona ha una biopsia negativa ma presenta comunque sintomi compatibili.

    Dal punto di vista strettamente formale, secondo i criteri diagnostici attuali, una biopsia negativa non consente di porre diagnosi di NPF. Questo è ciò che prevedono le linee guida. Ma questo non significa affatto che i sintomi non possano originare comunque dalle piccole fibre. Significa semplicemente che, con gli strumenti attuali, non sempre siamo in grado di documentare un’alterazione strutturale.

    Ci sono pazienti con sintomi molto chiari, ma con una biopsia apparentemente normale. In questi casi, è plausibile che il problema sia funzionale e non ancora strutturale (si potrebbe palesare in seguito), oppure che le alterazioni non siano rilevabili con le metodiche attualmente disponibili.

    È un concetto che chi si occupa davvero di queste patologie conosce bene, ma che ancora fatica a entrare nella pratica clinica quotidiana.

     

    Un chiarimento importante: lo studio non parla di immunoglobuline

    Sta iniziando a circolare l’idea che questo studio “apra” alle immunoglobuline, ma è una lettura sbagliata.
    Lo studio non parla di immunoglobuline, non propone terapie e non definisce una forma autoimmune specifica: analizza il sistema immunitario e mostra che il quadro è complesso. Stop.
    Il passaggio che molti stanno facendo, ovvero: “c’è coinvolgimento immunitario,allora si usano le immunoglobuline” non ha alcuna base in questo lavoro.
    Le immunoglobuline non sono una terapia generica per qualsiasi alterazione immunitaria. Si utilizzano in contesti ben definiti, con criteri precisi e dopo valutazioni specialistiche, non su ipotesi.
    Anzi, questo studio va nella direzione opposta: mostra che non c’è un singolo meccanismo semplice e quindi, proprio per questo, non può esserci una risposta terapeutica semplice e standardizzata.
    Capiamo benissimo il bisogno di trovare soluzioni, soprattutto quando si sta male da tempo, ma trasformare interpretazioni in terapie è uno degli errori più grandi che si possano fare.
    La ricerca serve esattamente a evitare questo: chiarire cosa sappiamo davvero e cosa no… e ad oggi, questo studio non supporta in alcun modo l’uso delle immunoglobuline in questo contesto.

     

    Conclusioni

    Questo lavoro non dà tutte le risposte, e gli autori stessi sono molto chiari sui limiti. Non dimostra una causalità definitiva, non stabilisce frequenze nella popolazione generale e non identifica un singolo meccanismo unico. Ma fa una cosa molto più importante: dimostra che esiste un quadro clinico reale, coerente e biologicamente plausibile. Dimostra che la neuropatia delle piccole fibre può comparire in questo contesto, che è associata a un’alterazione immunitaria persistente e che non può essere ridotta né a un problema psicologico né a una semplice positività anticorpale. E soprattutto, apre una direzione chiara: per capire e trattare questi pazienti, bisogna studiare il sistema immunitario nel suo insieme, non cercare scorciatoie diagnostiche.

     

     

    Immune correlates underlying small fiber neuropathy presenting as vaccine-associated post-acute SARS-coronavirus syndrome – Meccanismi immunitari della neuropatia delle piccole fibre associata alla sindrome post-vaccinale da SARS-CoV-2

    Limongelli A, Bozzano F, Hajabbas Farshchi A, Bellucci M, Bavastro M, Castellano C, Pesce G, Antonini F, Incensi A, Giannoccaro MP, Uccelli A, Del Zotto G, Moretta L, Donadio V, Benedetti L, De Maria A.
    Frontiers in Immunology. 2026;17:1752120.
    doi: 10.3389/fimmu.2026.1752120

  • Studio-Dolore e patologia delle piccole fibre negli uomini con sindrome fibromialgica

    Studio-Dolore e patologia delle piccole fibre negli uomini con sindrome fibromialgica

    Fibromialgia e fibre di piccolo calibro – Uno studio sugli uomini conferma (per l’ennesima volta) che il dolore non può essere letto solo in chiave “ centrale”.

    Per anni la fibromialgia è stata raccontata quasi esclusivamente come una condizione legata alla sensibilizzazione centrale, cioè a un’alterata elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso centrale. È una parte del problema, ma non basta più a spiegare tutto. La letteratura degli ultimi anni, infatti, ha mostrato con crescente chiarezza che in una quota non trascurabile di pazienti esistono alterazioni documentabili anche a carico del sistema nervoso periferico, in particolare delle piccole fibre nervose. In questo contesto si inserisce uno studio pubblicato nel 2024 su Pain Reports, particolarmente interessante perché affronta un aspetto finora poco esplorato: la presenza di patologia delle piccole fibre negli uomini con fibromialgia.

    Si tratta di uno studio prospettico monocentrico caso-controllo (una ricerca condotta nel tempo in un unico centro, che confronta pazienti con fibromialgia e soggetti sani per individuare differenze oggettive sul piano clinico e neurobiologico), condotto presso l’Università di Würzburg, in Germania. Gli autori hanno arruolato 42 uomini con fibromialgia e li hanno confrontati con controlli sani maschi, utilizzando un approccio molto più solido rispetto alla semplice descrizione clinica: colloquio dettagliato sul dolore, esame neurologico, questionari validati, test neurofisiologici, biopsia cutanea, quantitative sensory testing e microscopia confocale corneale. In altre parole, non si sono limitati a registrare i sintomi, ma hanno cercato di capire se esistessero segni oggettivi di alterazione delle piccole fibre, sia sul piano strutturale sia su quello funzionale.

    Il dato centrale dello studio è estremamente rilevante: 35 uomini su 42, cioè l’83%, presentavano una riduzione della densità delle fibre nervose intraepidermiche in almeno un sito bioptico. Gli autori specificano inoltre che, suddividendo i pazienti in sottogruppi, 22 su 42 (52%) mostravano una riduzione generalizzata della densità nervosa, 11 su 42 (26%) una riduzione solo distale, 2 su 42 (5%) una riduzione solo prossimale, mentre solo 7 su 42 (17%) avevano una innervazione cutanea risultata normale. Sono numeri che non possono essere liquidati come un dettaglio marginale. Significano che, in questo campione, la grande maggioranza degli uomini con fibromialgia studiati presentava un’alterazione misurabile delle piccole fibre.

    Va detto con precisione anche un altro aspetto, per non cadere in letture semplicistiche. Il campione è piccolo: 42 pazienti non bastano certo per trasformare automaticamente questi risultati in una verità universale valida per tutta la popolazione fibromialgica maschile. Tuttavia, proprio gli autori sottolineano che, nonostante questa limitazione, si tratta del più ampio gruppo di uomini con fibromialgia studiato finora in modo sistematico per quanto riguarda fenotipo del dolore e coinvolgimento delle piccole fibre. Questo rende il lavoro importante, perché non è un’osservazione aneddotica, ma un tassello serio in un settore ancora poco studiato.

    L’analisi non si limita all’aspetto morfologico. Anche sul piano funzionale emergono anomalie coerenti con un interessamento delle piccole fibre: alterazioni nella percezione degli stimoli termici, soglie anomale per caldo e freddo, difficoltà nella discriminazione delle variazioni di temperatura e modificazioni della sensibilità meccanica dolorosa. In una quota di pazienti risulta inoltre alterata la risposta delle fibre C tattili, implicate nella percezione del tocco piacevole. Non si osserva quindi solo una riduzione quantitativa delle fibre, ma anche un loro funzionamento anomalo.

    Un ulteriore elemento di coerenza del dato è rappresentato dal coinvolgimento corneale. Anche a questo livello gli autori rilevano una riduzione dell’innervazione nei pazienti rispetto ai controlli, suggerendo un interessamento non limitato a un singolo distretto, ma potenzialmente diffuso all’intero sistema delle piccole fibre. Dal punto di vista clinico, il Dal punto di vista clinico, emerge un aspetto particolarmente significativo: i pazienti con alterazione delle piccole fibre presentano un indice di dolore diffuso più elevato rispetto a quelli con innervazione normale. La riduzione delle fibre non appare quindi come un reperto accessorio, ma come un elemento associato a una maggiore severità del quadro clinico. Questo punto è fondamentale, perché sposta la discussione da una semplice osservazione anatomica a una possibile rilevanza clinica concreta.

    Questi dati non autorizzano a concludere che la fibromialgia sia una neuropatia delle piccole fibre, né che esista un unico meccanismo patogenetico valido per tutti i pazienti. Ma mettono in evidenza un punto che non può più essere ignorato: in una quota ampia di pazienti etichettati come fibromialgici è presente una componente periferica oggettivamente documentabile.

    Nel campione analizzato, questa componente non rappresenta un’eccezione, ma la condizione più frequente, con alterazioni rilevate nell’83% dei casi. Questo dato, tuttavia, non dimostra che la fibromialgia causi una neuropatia delle piccole fibre. Piuttosto, impone una revisione del ragionamento clinico: una parte consistente dei pazienti inclusi sotto questa etichetta potrebbe presentare una patologia periferica sottostante, non riconosciuta o non adeguatamente distinta.

    Alla luce di queste evidenze, continuare a considerare la fibromialgia come un’entità unica e uniforme appare sempre meno sostenibile. L’etichetta diagnostica, così come viene utilizzata oggi, rischia di racchiudere condizioni differenti, con basi fisiopatologiche diverse o sovrapposte. In questo contesto, parlare genericamente di “sottogruppi” può risultare persino riduttivo: i dati suggeriscono che il coinvolgimento delle piccole fibre non sia un elemento raro o accessorio, ma una componente frequente e clinicamente rilevante, che obbliga a superare una lettura esclusivamente centrale del dolore.

    Questo studio, pur con i limiti di un campione ristretto, rappresenta quindi un contributo significativo. Non solo perché amplia le conoscenze sugli uomini, storicamente meno rappresentati nella ricerca sulla fibromialgia, ma soprattutto perché rafforza un concetto sempre più evidente nella letteratura neurologica: in una parte rilevante dei pazienti, il dolore non può essere interpretato esclusivamente come un fenomeno centrale, ma è associato a un coinvolgimento periferico reale, misurabile e clinicamente significativo.

    Oltretutto, se si considera che un’alterazione delle piccole fibre può generare un input nocicettivo persistente, è plausibile che, almeno in una parte dei pazienti, i fenomeni di sensibilizzazione centrale rappresentino non il punto di partenza, ma una conseguenza di una disfunzione periferica cronica. In questa prospettiva, il dolore non nasce necessariamente “nel cervello”, ma può essere il risultato di un circuito che prende origine dalla periferia e, nel tempo, coinvolge anche il sistema nervoso centrale. Qui si chiuderebe il cerchio (almeno in parte).

    Questo,ovviamente, non implica che tutti i pazienti condividano lo stesso meccanismo, o che la componente centrale debba essere esclusa a priori. Sicuramente,però, continuare a considerarla come unica chiave interpretativa è molto riduttivo e ormai superato.

    Feulner B, Gross F, Evdokimov D, Malik RA, Kampik D, Üçeyler N.
    Pain and small fiber pathology in men with fibromyalgia syndrome.
    Pain Reports. 2024;9:e1212.
    DOI: https://doi.org/10.1097/PR9.0000000000001212

    Link diretto : https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11543218/

  • NPF e Tabelle INPS: facciamo chiarezza

    NPF e Tabelle INPS: facciamo chiarezza

     

    Ultimamente stanno circolando parecchie informazioni confusionarie sulla NPF, soprattutto sul fatto che “non sarebbe riconosciuta” perché non è presente nel tabellario dell’INPS e che, di conseguenza, non verrebbe concessa invalidità. Questa cosa va chiarita in maniera più semplice possibile, perché è proprio un fraintendimento di base.

    Il fatto che una patologia sia o non sia presente nel tabellario INPS non ha nulla a che vedere con il fatto che esista, sia riconosciuta dalla medicina o sia diagnosticabile. Si tratta di due piani completamente separati.

    Il tabellario INPS non è un elenco delle malattie “riconosciute”, ma semplicemente uno strumento amministrativo utilizzato per attribuire automaticamente una percentuale di invalidità a determinate condizioni già codificate. Serve a semplificare il lavoro delle commissioni, non a stabilire cosa esiste e cosa no. Questo significa che una patologia può essere perfettamente riconosciuta a livello scientifico e clinico, descritta in letteratura, diagnosticabile con esami validati, e allo stesso tempo non essere inserita nel tabellario INPS, ed è esattamente quello che succede con la neuropatia delle piccole fibre.

    La NPF è descritta da anni nella letteratura scientifica internazionale, viene diagnosticata tramite biopsia cutanea (e la conseguente disautonomia con test autonomici), ed è riconosciuta dalla comunità neurologica. Non è una “malattia inventata” solo perché qualcuno non la trova in un elenco burocratico italiano. Il problema vero è che il sistema normativo è più lento rispetto alla medicina reale, e molte condizioni complesse o relativamente “recenti” non sono ancora state strutturate a livello istituzionale, ma questo non significa che non possano essere valutate. In realtà è esattamente il contrario di quello che si pensa: sono moltissime le patologie che non sono inserite nel tabellario e che comunque vengono regolarmente diagnosticate e considerate in sede di commissione. Perché quello che conta non è la presenza in un elenco, ma quanto quella condizione incide sulla vita della persona. La valutazione si basa su questo. Infatti, anche quando una patologia non è tabellata, l’invalidità può comunque essere riconosciuta sulla base dei sintomi, della documentazione clinica e dell’impatto sulla vita quotidiana. Questo perchè non si valuta “il nome in elenco”, ma la persona.

    (Qui il nostro articolo in merito: https://ainpf.com/neuropatia-delle-piccole-fibre-disautonomia-e-invalidita-cosa-sapere/ )

    Il punto, quindi, non è partire dal tabellario, ma costruire una base clinica solida. Qui entrano in gioco i PDTA, cioè i Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali: si tratta di protocolli strutturati, costruiti da medici e specialisti, che definiscono in modo chiaro come una malattia deve essere diagnosticata, seguita e gestita nel tempo e servono a evitare che ogni paziente venga trattato in modo diverso a seconda del medico che incontra. Quando esistono PDTA ben fatti, condivisi e applicati, la malattia smette di essere “invisibile”: i medici sanno come muoversi, i centri si organizzano, la documentazione diventa più forte e anche le commissioni INPS hanno riferimenti concreti. È così che una patologia entra nei sistemi.

    Pensare di partire dal tabellario è un errore di impostazione: è come voler mettere il tetto senza aver costruito la casa. Il lavoro serio consiste nel costruire basi cliniche, scientifiche e organizzative solide, coinvolgere specialisti, creare percorsi. Ed è quello che ci siamo prefissare di fare con l’AINPF, oltretutto spronati dallo stesso Ministero della Salute.

    Il riconoscimento amministrativo arriva dopo, quando non possono più far finta che non esista. Il resto è solo disinformazione.

     

  • Fibromialgia e NPF: cosa emerge dalla letteratura scientifica – Elenco studi

    Fibromialgia e NPF: cosa emerge dalla letteratura scientifica – Elenco studi

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    Per molti anni la fibromialgia è stata utilizzata come etichetta clinica per descrivere pazienti con dolore cronico diffuso, affaticamento e numerosi sintomi multisistemici, in assenza di alterazioni evidenti agli esami tradizionali. Questa definizione, basata prevalentemente su criteri clinici e sintomatologici, ha inevitabilmente raccolto nel tempo quadri molto eterogenei, probabilmente caratterizzati da meccanismi fisiopatologici diversi.

    Negli ultimi anni, tuttavia, la diffusione di strumenti diagnostici più specifici per lo studio delle piccole fibre nervose, in particolare la biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD), ha iniziato a mettere in discussione alcune interpretazioni consolidate. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che una percentuale significativa di pazienti precedentemente diagnosticati con fibromialgia presenta alterazioni compatibili con NPF, documentabili con test oggettivi.

    Queste evidenze hanno aperto un importante dibattito nella comunità scientifica. Se da un lato è possibile che fibromialgia e NPF possano coesistere o sovrapporsi in alcuni pazienti, dall’altro appare sempre più chiaro che una parte dei casi classificati come fibromialgia potrebbe in realtà rappresentare forme di NPF non riconosciute, soprattutto quando i pazienti presentano sintomi tipici di coinvolgimento delle piccole fibre, come dolore urente, parestesie, disautonomia o alterazioni sensoriali.

    Alla luce di queste osservazioni, negli ultimi quindici anni la ricerca ha progressivamente iniziato a esplorare il ruolo delle piccole fibre nelle sindromi di dolore diffuso.

    Di seguito presentiamo una panoramica cronologica degli studi che hanno documentato la presenza di alterazioni delle piccole fibre nei pazienti con diagnosi di fibromialgia, contribuendo a ridefinire il modo in cui questi quadri clinici vengono interpretati e studiati.

    2025 – Comparative Analysis of Small Nerve Fiber Density in Fibromyalgia Syndrome and Small Fiber Neuropathy

    Analisi comparativa della densità delle piccole fibre nervose nella sindrome fibromialgica e nella neuropatia delle piccole fibre

    Studio retrospettivo che confronta la densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) in 62 pazienti con diagnosi di fibromialgia e riduzione delle piccole fibre e 134 pazienti con neuropatia delle piccole fibre (SFN). L’analisi mostra che la perdita di fibre cutanee risulta mediamente più marcata nel gruppo con SFN, mentre nei pazienti con diagnosi di fibromialgia la riduzione della IENFD appare in media meno severa. Gli autori interpretano questi dati come indicativi di una differenza quantitativa nel grado di perdita assonale tra i gruppi. Tuttavia, la variabilità metodologica della biopsia cutanea e la possibile distribuzione focale o non lunghezza-dipendente della neuropatia delle piccole fibre suggeriscono cautela nell’utilizzare il solo grado di riduzione della IENFD come criterio distintivo tra diverse condizioni cliniche.

     

    2024 – Autonomic Small-Fiber Pathology in Patients With Fibromyalgia

    Patologia delle piccole fibre autonomiche nei pazienti con fibromialgia

    Studio clinico che ha analizzato 138 partecipanti (58 con diagnosi di fibromialgia, 48 controlli sani e 32 con neuropatia delle piccole fibre). Oltre alla densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD), lo studio ha valutato anche le fibre autonomiche dermiche, ampliando l’analisi al compartimento autonomico delle piccole fibre. Nei pazienti con diagnosi di fibromialgia è stata osservata una riduzione delle piccole fibre che coinvolge anche le fibre autonomiche cutanee, indicando la presenza di un coinvolgimento neuropatico periferico delle piccole fibre autonomiche in una parte dei soggetti studiati. Il grado di perdita delle fibre non ha tuttavia mostrato una correlazione chiara con l’intensità dei sintomi autonomici riferiti dai pazienti, suggerendo una possibile dissociazione tra il danno istologico e la manifestazione clinica.

     

    2024 – Pain and small fiber pathology in men with fibromyalgia syndrome

    Dolore e alterazioni delle piccole fibre negli uomini con sindrome fibromialgica

    Studio clinico condotto su 42 uomini con diagnosi di fibromialgia, una popolazione raramente analizzata nella letteratura su questa condizione, che ha valutato la densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) mediante biopsia cutanea. Una riduzione della IENFD è stata osservata in almeno un sito bioptico in 35 pazienti su 42 (83%), indicando la presenza di alterazioni delle piccole fibre in una quota significativa dei soggetti studiati. Inoltre, la diminuzione dell’innervazione cutanea risultava associata a valori più elevati del Widespread Pain Index, suggerendo una possibile relazione tra il grado di perdita delle piccole fibre e l’intensità della sintomatologia dolorosa diffusa.

    2024 – YAP Ultralate Laser-Evoked Responses in Fibromyalgia: A Pilot Study in Patients with Small Fiber Pathology

    Risposte evocate laser ultratardive (YAP) nella fibromialgia: studio pilota in pazienti con alterazioni delle piccole fibre

    Studio pilota che ha valutato le risposte laser-evocate ultratardive (YAP), un test neurofisiologico funzionale delle piccole fibre, in pazienti con diagnosi di fibromialgia. I partecipanti sono stati confrontati in base alla densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) documentata alla biopsia cutanea, distinguendo tra soggetti con biopsia nella norma e soggetti con riduzione delle piccole fibre. Lo studio suggerisce una possibile relazione tra alterazioni istologiche delle piccole fibre e modificazioni delle risposte neurofisiologiche evocate, indicando che il coinvolgimento delle piccole fibre può riflettersi non solo sul piano morfologico ma anche funzionale. Trattandosi di uno studio pilota con campione limitato, i risultati richiedono ulteriori conferme in coorti più ampie.

    2025 – Small Fibre Pathology in Fibromyalgia: A Review

    Patologia delle piccole fibre nella fibromialgia: revisione della letteratura

    Review narrativa recente che sintetizza le principali evidenze disponibili sul coinvolgimento delle piccole fibre nei pazienti con diagnosi di fibromialgia. La revisione riassume studi che utilizzano biopsia cutanea con quantificazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) e microscopia confocale corneale, evidenziando come una quota significativa di pazienti presenti alterazioni compatibili con una NPF. Nel complesso, la letteratura analizzata suggerisce che una percentuale rilevante dei soggetti con fibromialgia mostra segni morfologici di coinvolgimento delle piccole fibre, anche se la prevalenza varia tra gli studi in funzione dei criteri diagnostici, delle metodiche utilizzate e delle caratteristiche delle popolazioni esaminate. La review è utile come sintesi dello stato dell’arte e come collegamento tra i diversi studi clinici pubblicati negli ultimi anni.

    2024/2025 – Small Fiber Pathology in Fibromyalgia Syndrome

    Patologia delle piccole fibre nella sindrome fibromialgica: revisione della letteratura

    Review di Sommer e Uçeyler che analizza le evidenze disponibili sul coinvolgimento delle piccole fibre nei pazienti con diagnosi di fibromialgia. Gli studi riassunti mostrano che circa il 50% delle donne con fibromialgia presenta una riduzione dell’innervazione cutanea, documentata tramite biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) e, in alcuni lavori, tramite microscopia confocale corneale. Questi risultati indicano la presenza di alterazioni strutturali delle piccole fibre in una quota rilevante di pazienti. Gli autori sottolineano tuttavia che la presenza di patologia delle piccole fibre non equivale automaticamente a una diagnosi formale di NPF, in quanto la definizione clinica di NPF richiede l’integrazione del reperto istologico con il quadro clinico e altri test diagnostici. Resta comunque il fatto che la riduzione delle piccole fibre rappresenta un dato neuropatologico oggettivo, che suggerisce un coinvolgimento periferico delle piccole fibre in una parte sostanziale dei pazienti studiati.

    2025 – Small nerve fibre pathology in non-neuropathic chronic pain conditions: a systematic review and meta-analysis

    Patologia delle piccole fibre nervose nelle condizioni di dolore cronico non neuropatico: revisione sistematica e meta-analisi

    Revisione sistematica con meta-analisi che esamina la presenza di alterazioni delle piccole fibre in diverse condizioni di dolore cronico non neuropatico. L’analisi include 52 studi complessivi, di cui 28 dedicati alla fibromialgia. I risultati aggregati mostrano una riduzione significativa della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) sia al polpaccio distale sia alla coscia prossimale rispetto ai controlli sani. Pur non essendo focalizzata esclusivamente sulla fibromialgia, la meta-analisi fornisce un supporto metodologico solido all’osservazione che una quota rilevante di pazienti con dolore cronico diffuso presenta alterazioni strutturali delle piccole fibre, suggerendo un possibile coinvolgimento neuropatico periferico in parte dei casi studiati.

    2025/2026 – Evaluating skin biopsy findings in fibromyalgia: a systematic review

    Valutazione dei risultati della biopsia cutanea nella fibromialgia: revisione sistematica

    Revisione sistematica recente che analizza gli studi che hanno utilizzato biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) nei pazienti con diagnosi di fibromialgia. La review conclude che la biopsia cutanea può rappresentare uno strumento utile nei pazienti con sospetta patologia delle piccole fibre, riportando nei lavori inclusi una prevalenza di riduzione della IENFD molto variabile, compresa approssimativamente tra il 30% e oltre l’85% dei pazienti studiati. L’ampia variabilità tra gli studi viene attribuita principalmente a differenze nei criteri diagnostici, nelle popolazioni analizzate e nelle metodiche utilizzate per l’analisi della biopsia cutanea, rendendo la review particolarmente utile per discutere i limiti metodologici e l’eterogeneità dei risultati nella letteratura su NPF nei pazienti con fibromialgia.

    2023 – Outcome of small fibre pathology in fibromyalgia: a real-life longitudinal observational study

    Evoluzione della patologia delle piccole fibre nella fibromialgia: studio osservazionale longitudinale nella pratica clinica reale

    Studio osservazionale longitudinale che ha seguito 62 pazienti con diagnosi di fibromialgia per circa 18 mesi, con rivalutazione clinica e ripetizione della biopsia cutanea con quantificazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD). Nel periodo di follow-up la IENFD è rimasta sostanzialmente stabile, suggerendo che le alterazioni delle piccole fibre osservate nei pazienti studiati non rappresentano necessariamente un reperto transitorio. Inoltre, una riduzione più marcata della IENFD nelle sedi prossimali e distali risultava associata a maggiore disabilità clinica nel tempo. I risultati supportano l’ipotesi che la patologia delle piccole fibre osservata in una parte dei pazienti con fibromialgia possa avere rilevanza clinica e prognostica, piuttosto che rappresentare un semplice reperto occasionale.

    2023- Articolo- NPF e Fibromialgia: I Punti Essenziali – Del Dottor Marco Macucci per AINPF

    “La NPF esiste come entità anatomopatologica e clinica, quindi come malattia. La Fibromialgia è una sindrome (costellazione di segni e sintomi) senza nessuna specificità dimostrata sul piano anatomopatologico. La Fibromialgia può comparire come sindrome nei pazienti con NPF.La NPF può avere molte cause, alcune delle quali curabili.Non ha nessun senso insistere sulla “non esistenza” della NPF, che in quanto neuropatia periferica può di per sé essere responsabile di molti segni e sintomi della sindrome fibromialgica.In un paziente con sindrome fibromialgica è corretto sospettare una NPF, in quanto questa può essere conseguenza di malattie curabili, la cui diagnosi consente comunque al paziente di impostare un corretto percorso terapeutico e di ulteriori accertamenti. Concludo dicendo che le affermazioni in merito al problema dovrebbero sempre essere corredate da articoli scientifici seri, su riviste di livello riconosciuto, e non basate su opinioni personali anche se espresse da medici.”

     

    2023 – Fibromialgia e sindrome da affaticamento cronico (ME/CFS) sono NPF?

    Articolo divulgativo che riassume e traduce contenuti della letteratura scientifica, in particolare i lavori di Anne Louise Oaklander, sul possibile ruolo della neuropatia delle piccole fibre (NPF) in condizioni frequentemente diagnosticate come fibromialgia o ME/CFS. L’articolo evidenzia come il danno delle piccole fibre, che innervano diffusamente pelle, organi e sistema autonomico, possa teoricamente contribuire a molti sintomi osservati in queste sindromi, tra cui dolore diffuso, disfunzioni gastrointestinali, affaticamento e disturbi autonomici. Viene inoltre richiamata una meta-analisi citata da Oaklander secondo cui circa il 49% dei pazienti etichettati come fibromialgici presenta segni compatibili con NPF, suggerendo che una parte di questi casi possa rappresentare neuropatie delle piccole fibre non riconosciute.

     

    2022 – Implications of nerve fiber density on the diagnosis and treatment of juvenile fibromyalgia

    Implicazioni della densità delle fibre nervose nella diagnosi e nel trattamento della fibromialgia giovanile

    Review narrativa che analizza il possibile ruolo della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) nella valutazione clinica della fibromialgia giovanile (JFM), una condizione caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso che colpisce bambini e adolescenti. La JFM rimane una diagnosi complessa, basata prevalentemente su criteri clinici e con una patogenesi ancora poco definita. La revisione discute il rapporto tra JFM e neuropatia delle piccole fibre (NPF), sottolineando che diversi studi hanno osservato una riduzione della IENFD in una quota significativa di pazienti, talvolta fino a circa la metà dei casi studiati. Questa riduzione dell’innervazione cutanea è stata descritta come patologia delle piccole fibre, con un pattern che può sovrapporsi a quello osservato nella NPF. Gli autori evidenziano tuttavia che il significato clinico di tali risultati rimane oggetto di discussione e che, secondo l’interpretazione prevalente nella letteratura, fibromialgia e NPF sono considerate condizioni distinte. La review conclude che la valutazione della IENFD tramite biopsia cutanea può essere utile nei pazienti con fibromialgia giovanile quando vi sia sospetto clinico di NPF, per migliorare l’inquadramento diagnostico.

     

    2022 – The puzzle of fibromyalgia between central sensitization syndrome and small fiber neuropathy: a narrative review on neurophysiological and morphological evidence

    Il puzzle della fibromialgia tra sindrome da sensibilizzazione centrale e neuropatia delle piccole fibre: revisione narrativa delle evidenze neurofisiologiche e morfologiche

    Review narrativa che analizza le evidenze neurofisiologiche e morfologiche riguardanti il ruolo del sistema nervoso centrale e periferico nella fibromialgia. Gli autori discutono la tradizionale interpretazione della fibromialgia come sindrome di sensibilizzazione centrale, ma evidenziano anche numerosi dati che indicano un coinvolgimento periferico delle piccole fibre, documentato soprattutto tramite biopsia cutanea. Diversi studi citati nella revisione riportano infatti la presenza di NPF in una quota significativa di pazienti sottoposti a biopsia, suggerendo che le alterazioni delle piccole fibre possano contribuire alla fisiopatologia del dolore diffuso. La review propone quindi un modello in cui meccanismi centrali e periferici possono coesistere, con possibili interazioni tra disfunzione delle piccole fibre e amplificazione centrale del dolore. Resta tuttavia aperta la questione se la NPF rappresenti un evento iniziale che contribuisce allo sviluppo dei sintomi oppure una conseguenza secondaria di alterazioni centrali della modulazione del dolore.

    2021 – Correlation Between Corneal Nerve Density and Symptoms of Small Fiber Neuropathy in Patients With Fibromyalgia: The Confounding Role of Severe Anxiety or Depression

    Correlazione tra densità del nervo corneale e sintomi di neuropatia delle piccole fibre nei pazienti con fibromialgia: il ruolo confondente di grave ansia o depressione

    Studio che ha valutato la densità delle fibre nervose corneali mediante microscopia confocale corneale, confrontandola con i sintomi compatibili con NPF e disautonomia in donne con diagnosi di fibromialgia. I risultati mostrano che una riduzione dell’innervazione corneale è associata alla presenza di sintomi neuropatici e disautonomici, suggerendo una possibile correlazione clinico-patologica tra alterazioni delle piccole fibre e il quadro sintomatologico osservato. Tuttavia, l’associazione risultava meno evidente nei pazienti con ansia o depressione di grado severo, indicando che questi fattori possono agire come variabili confondenti nella valutazione dei sintomi. Lo studio suggerisce quindi che, in assenza di gravi comorbidità psichiatriche, la denervazione corneale possa rappresentare un indicatore strutturale del coinvolgimento delle piccole fibre nei pazienti con fibromialgia.

    2021 –The challenge of differentiating fibromyalgia from small-fiber neuropathy in clinical practice

    La sfida di differenziare la fibromialgia dalla neuropatia delle piccole fibre nella pratica clinica

    Articolo di sintesi che discute le difficoltà diagnostiche nel distinguere fibromialgia e neuropatia delle piccole fibre (NPF) nella pratica clinica. Diversi studi citati mostrano che i sintomi delle due condizioni possono sovrapporsi in modo significativo, ma che alcuni elementi clinici risultano più frequentemente associati alla NPF confermata. Nel più ampio studio disponibile, che ha analizzato 170 donne con diagnosi di fibromialgia sottoposte a biopsia cutanea con valutazione della IENFD, le pazienti con NPF documentata presentavano maggiore intensità del dolore, maggiore disabilità correlata al dolore, più parestesie e un carico di malattia più elevato rispetto alle pazienti con fibromialgia e IENFD normale. Anche i sintomi autonomici risultavano più pronunciati nel gruppo con NPF.

    Altri studi hanno individuato diversi segni clinici suggestivi di coinvolgimento delle piccole fibre, tra cui: secchezza oculare o orale, allodinia, alterazioni del pattern di sudorazione, cambiamenti del colore della pelle, ridotta crescita di peli o unghie agli arti inferiori, ipoestesia termica e allodinia termica. In un sondaggio online condotto su 854 pazienti, circa il 46% dei partecipanti riportava almeno tre di questi segni suggestivi di NPF.

    Poiché i criteri diagnostici più recenti per la fibromialgia sono basati esclusivamente su parametri clinici e non includono esame obiettivo neurologico o test diagnostici, la distinzione tra fibromialgia e NPF può risultare difficile. Per questo motivo, nei pazienti con sospetto coinvolgimento delle piccole fibre possono essere utilizzati test diagnostici aggiuntivi, tra cui biopsia cutanea, potenziali evocati laser, QST e microscopia confocale corneale. Una corretta identificazione della NPF può avere implicazioni rilevanti per l’inquadramento diagnostico e per la scelta delle strategie terapeutiche.

    2021 – Passive transfer of fibromyalgia symptoms from patients to mice

    Trasferimento passivo dei sintomi fibromialgici dai pazienti ai topi

    Studio sperimentale pubblicato sul Journal of Clinical Investigation che ha valutato la possibilità di un meccanismo autoimmune nella fibromialgia tramite un modello di trasferimento passivo. I ricercatori hanno isolato IgG dal siero di pazienti con fibromialgia e le hanno somministrate a topi. Gli animali trattati con IgG dei pazienti hanno sviluppato ipersensibilità dolorosa meccanica e al freddo, riduzione della forza e minore attività motoria, mentre il trasferimento di IgG da controlli sani o di siero privato di IgG non produceva effetti simili. Inoltre, nei topi esposti alle IgG dei pazienti è stata osservata una riduzione dell’innervazione epidermica, cioè una perdita di fibre cutanee.

    Questi risultati suggeriscono che anticorpi circolanti nei pazienti possono indurre ipersensibilità dolorosa attraverso la sensibilizzazione delle fibre nocicettive periferiche, indicando una possibile componente autoimmune nella patogenesi dei sintomi.

    Lo studio ha avuto ampia risonanza perché mostra che alcune caratteristiche cliniche della fibromialgia possono essere trasferite sperimentalmente tramite IgG, e che questo processo è associato anche a perdita di innervazione cutanea, un reperto compatibile con alterazioni delle piccole fibre.

    2021 –Neuropathic pain and symptoms of potential small-fiber neuropathy in fibromyalgic patients: A national on-line survey

    Dolore neuropatico e sintomi suggestivi di neuropatia delle piccole fibre nei pazienti fibromialgici: sondaggio nazionale online

    Studio osservazionale che ha analizzato la prevalenza di sintomi neuropatici compatibili con neuropatia delle piccole fibre (NPF) in una coorte di pazienti con diagnosi di fibromialgia. I risultati indicano che sintomi tipici del dolore neuropatico risultano molto frequenti nei pazienti studiati, suggerendo un possibile coinvolgimento delle piccole fibre in una parte significativa dei casi. Gli autori evidenziano inoltre che, nella pratica clinica, i test diagnostici specifici per confermare il coinvolgimento delle piccole fibre (come biopsia cutanea o test neurofisiologici) sono stati riportati raramente nei pazienti con fibromialgia, il che può contribuire a una sottovalutazione della NPF. Lo studio sottolinea quindi l’importanza di riconoscere i sintomi neuropatici nei pazienti fibromialgici, poiché la loro identificazione può aiutare a orientare meglio l’inquadramento diagnostico e le strategie terapeutiche.

    2020 – Peripheral and central nervous system correlates in fibromyalgia

    Correlazioni tra sistema nervoso periferico e centrale nella fibromialgia

    Articolo di sintesi basato su studi che hanno analizzato il possibile coinvolgimento del sistema nervoso periferico e centrale nei pazienti con diagnosi di fibromialgia. In particolare, i dati riportati evidenziano una riduzione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) documentata tramite biopsia cutanea, con riduzione osservata nell’85% dei pazienti a livello della coscia prossimale e nel 12,3% alla gamba distale. Questo pattern suggerisce una possibile distribuzione non lunghezza-dipendente del coinvolgimento delle piccole fibre, caratteristica talvolta osservata nelle NPF non classiche. I risultati indicano quindi la presenza di alterazioni periferiche delle piccole fibre in una parte dei pazienti con fibromialgia, in un contesto in cui meccanismi centrali e periferici possono coesistere nella fisiopatologia del dolore diffuso.

    2019 – Scientific Advances in and Clinical Approaches to Small-Fiber Polyneuropathy: A Review

    Progressi scientifici e approcci clinici alla NPF: una revisione

    Review che sintetizza i principali progressi scientifici e clinici nello studio della neuropatia delle piccole fibre (NPF). Gli autori sottolineano che la NPF è probabilmente sottodiagnosticata, poiché i suoi sintomi possono essere poco riconosciuti o attribuiti ad altre condizioni cliniche, tra cui la sindrome fibromialgica. Le manifestazioni cliniche possono variare da quadri prevalentemente somatici a forme principalmente autonome, anche se nella maggior parte dei pazienti si osserva una combinazione di entrambe. La biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) viene indicata come il metodo più consolidato per la conferma oggettiva della diagnosi. Gli autori evidenziano inoltre che, poiché le piccole fibre possiedono una certa capacità di rigenerazione assonale, una diagnosi precoce e un trattamento appropriato possono favorire miglioramenti funzionali e una migliore qualità della vita, soprattutto nei pazienti giovani o con malattia di recente insorgenza.

    2019 – Reduction of skin innervation is associated with a severe fibromyalgia phenotype

    La riduzione dell’innervazione cutanea è associata a una forma più grave di fibromialgia

    Studio che analizza la relazione tra riduzione dell’innervazione cutanea e gravità clinica nei pazienti con fibromialgia. Diversi lavori precedenti avevano già mostrato che alterazioni delle piccole fibre sono presenti nel 30–70% dei pazienti, suggerendo un possibile coinvolgimento periferico nei sintomi della malattia. In questo studio gli autori osservano una diffusa disfunzione e danno delle piccole fibre, evidenziando che i pazienti con denervazione cutanea più estesa presentano un fenotipo clinico più grave.

    I risultati indicano inoltre che la riduzione dell’innervazione cutanea può essere associata anche a riduzione dell’innervazione corneale, suggerendo una neurodegenerazione diffusa delle piccole fibre. Gli autori sottolineano che queste alterazioni non sono solo morfologiche ma possono avere un impatto funzionale sui sintomi, rafforzando il ruolo del sistema nervoso periferico nel dolore dei pazienti con fibromialgia.

    Viene inoltre ipotizzato che nei pazienti con IENFD nella norma possano comunque essere presenti alterazioni funzionali delle piccole fibre, come una ipereccitabilità neuronale, che potrebbe precedere la degenerazione strutturale osservata nei casi più avanzati.

    2018 – Fibromyalgia and small fiber neuropathy: the plot thickens!

    Fibromialgia e neuropatia delle piccole fibre: la trama si infittisce!

    Articolo di sintesi che discute le evidenze emergenti sul rapporto tra fibromialgia e NPF. Negli ultimi anni diversi studi hanno identificato alterazioni delle piccole fibre in un ampio sottogruppo di pazienti con fibromialgia, rafforzando l’ipotesi che i sintomi possano essere associati a disautonomia e coinvolgimento neuropatico periferico. Queste osservazioni hanno contribuito a modificare l’interpretazione tradizionale della fibromialgia, suggerendo che meccanismi neurologici periferici possano avere un ruolo rilevante nel dolore diffuso e nei sintomi autonomici riportati dai pazienti.

    L’articolo evidenzia inoltre il crescente interesse per strumenti diagnostici oggettivi, come biopsia cutanea con valutazione della IENFD e microscopia confocale corneale, che potrebbero aiutare a identificare alterazioni delle piccole fibre in una parte dei pazienti. In questo contesto, approcci terapeutici mirati anche alla regolazione del sistema nervoso autonomo vengono considerati potenzialmente rilevanti nella gestione clinica dei sintomi.

    2018 – Fibromyalgia syndrome and small fiber, early or mild sensory polyneuropathy

    Sindrome fibromialgica e NPF sensoriale precoce o lieve

    Studio che analizza la possibilità che un sottogruppo di pazienti con fibromialgia presenti una NPF sensoriale precoce o di grado lieve. I risultati indicano che i pazienti con fibromialgia associata a NPF possono essere identificati tramite test neurofisiologici sensoriali (come NCS del nervo surale o plantare mediale) e/o biopsia cutanea con valutazione della IENFD. Al contrario, le sole caratteristiche cliniche del dolore e la sua intensità non risultano sufficienti per distinguere i pazienti con NPF da quelli senza NPF. Questo suggerisce che l’identificazione di un coinvolgimento delle piccole fibre nei pazienti con fibromialgia richiede valutazioni diagnostiche specifiche, poiché il quadro clinico da solo può non permettere una distinzione affidabile tra i diversi sottogruppi di pazienti.

    2017-Specific symptoms may discriminate between fibromyalgia patients with vs without objective test evidence of small-fiber polyneuropathy

    I sintomi specifici possono distinguere i pazienti fibromialgici con e senza NPF

    Studio che analizza le differenze cliniche tra pazienti con fibromialgia con e senza evidenza oggettiva di NPF. Diversi lavori citati indicano che circa il 40% dei pazienti con fibromialgia soddisfa i criteri diagnostici per NPF, con conferma tramite test patologici o fisiologici. Nonostante una forte sovrapposizione dei sintomi tra i due gruppi, alcuni elementi clinici risultano più frequentemente associati alla presenza di NPF, in particolare parestesie e sintomi di disautonomia.

    Gli autori sottolineano l’importanza di sviluppare strumenti di screening clinico per identificare i pazienti con possibile NPF tra quelli diagnosticati con fibromialgia. Questo è rilevante perché, a differenza della fibromialgia definita solo su base clinica, le cause mediche della NPF possono talvolta essere individuate e trattate, rendendo l’identificazione corretta della condizione clinicamente significativa.

    2016- What is the meaning of “small-fiber polyneuropathy” in fibromyalgia? An alternate answer

    Qual è il significato di “polineuropatia delle piccole fibre” nella fibromialgia? Una risposta alternativa

    Commento scientifico che discute il significato clinico delle evidenze emergenti di NPF in pazienti con fibromialgia, alla luce di diversi studi precedenti, tra cui quelli di Doppler e collaboratori. Gli autori sottolineano che numerosi lavori hanno ormai documentato prove oggettive di NPF in circa la metà dei pazienti con fibromialgia, aprendo il dibattito sul significato fisiopatologico di questa associazione.

    Viene inoltre discusso il possibile ruolo della danno assonale delle piccole fibre nella regolazione vascolare, con conseguente disfunzione microvascolare neurogena. Questo meccanismo potrebbe contribuire a spiegare fenomeni osservati sia nella fibromialgia sia nella NPF, come ipoperfusione muscolare, dolore profondo e intolleranza all’esercizio. Gli autori evidenziano inoltre che la disregolazione autonomica associata alla NPF, inclusi quadri come POTS, potrebbe ridurre il flusso ematico cerebrale e contribuire a sintomi cognitivi frequentemente riportati nei pazienti, come la cosiddetta “brain fog”. Queste osservazioni suggeriscono un possibile collegamento biologico tra alterazioni delle piccole fibre e alcune manifestazioni sistemiche osservate nei pazienti con fibromialgia.

    2015 – Routine use of punch biopsy to diagnose small fiber neuropathy in fibromyalgia patients

    Uso di routine della biopsia di cute per diagnosticare NPF nei pazienti con fibromialgia

    Articolo che discute il ruolo della biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) nella valutazione dei pazienti con diagnosi di fibromialgia. Poiché la fibromialgia è una sindrome clinica priva di un marker patologico specifico, viene spesso considerata una condizione eterogenea caratterizzata da sintomi simili ma potenzialmente derivanti da meccanismi diversi. Studi recenti citati nell’articolo indicano che circa il 50% dei pazienti con diagnosi di fibromialgia presenta una riduzione della IENFD, compatibile con NPF.

    La biopsia cutanea viene descritta come uno strumento diagnostico sensibile e specifico per identificare la perdita di piccole fibre, consentendo una diagnosi oggettiva di NPF. Gli autori sottolineano che, a differenza della fibromialgia definita esclusivamente su base clinica, la NPF può talvolta avere un’eziologia identificabile e trattabile. Per questo motivo, l’identificazione della NPF nei pazienti inizialmente diagnosticati con fibromialgia può migliorare l’inquadramento diagnostico, ampliare le opzioni terapeutiche e facilitare lo sviluppo di strategie di trattamento più mirate. L’articolo evidenzia inoltre che la biopsia cutanea è oggi una procedura consolidata nella pratica neurologica, eseguibile in ambulatorio e riconosciuta da diverse linee guida internazionali come test diagnostico per la NPF.

    2015 – The Role and Importance of Small Fiber Neuropathy in Fibromyalgia Pain

    Il ruolo e l’importanza della NPF nel dolore fibromialgico

    Articolo di revisione che analizza le implicazioni della presenza di NPF nei pazienti con fibromialgia. Gli autori sottolineano che il riscontro di alterazioni delle piccole fibre documentate in più studi e in diversi centri di ricerca rappresenta una delle prime evidenze riproducibili di lesione periferica del tessuto nervoso in pazienti con questa sindrome. Questa osservazione ha stimolato un crescente interesse nel valutare il possibile contributo delle piccole fibre alla fisiopatologia del dolore diffuso associato alla fibromialgia.

    L’articolo propone di interpretare queste evidenze nel contesto di una possibile componente neuropatica periferica in un sottogruppo di pazienti, suggerendo che lo studio delle alterazioni delle piccole fibre possa contribuire a comprendere meglio i meccanismi del dolore e orientare lo sviluppo di strategie terapeutiche più mirate. Gli autori evidenziano inoltre la necessità di ulteriori ricerche focalizzate sul ruolo delle patologie neuropatiche nei pazienti con fibromialgia, al fine di chiarire il significato clinico delle alterazioni delle piccole fibre osservate.

    2014 – Small-fiber polyneuropathy (SFPN), a common underlying diagnosis in syndromes involving unexplained chronic pain and multi-system symptoms

    NPF: una diagnosi di base comune nelle sindromi con dolore cronico inspiegabile e sintomi multisistemici

    Articolo che discute il possibile ruolo della NPF come causa sottostante in alcune sindromi caratterizzate da dolore cronico diffuso e sintomi multisistemici, tra cui la fibromialgia. Gli autori evidenziano che una parte dei pazienti con dolore diffuso inspiegabile può presentare NPF documentabile tramite test diagnostici oggettivi, suggerendo che in alcuni casi i sintomi attribuiti a sindromi funzionali possano essere associati a una patologia periferica delle piccole fibre.

    Viene inoltre sottolineato che la NPF può manifestarsi anche in soggetti giovani, inclusi bambini e giovani adulti, e non esclusivamente nelle fasce di età più avanzate. Diverse linee di evidenza indicano che le forme di NPF a esordio precoce possono avere cause identificabili e potenzialmente trattabili, rendendo importante considerare questa possibilità diagnostica nei pazienti con dolore cronico e sintomi sistemici non spiegati.

    2014 – Evidence of Abnormal Epidermal Nerve Fiber Density in Fibromyalgia: Clinical and Immunologic Implications

    Evidenza di densità anomala delle fibre nervose epidermiche nella fibromialgia: implicazioni cliniche e immunologiche

    Studio che ha valutato la densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) in pazienti con fibromialgia confrontandola con soggetti di controllo. I risultati mostrano una riduzione significativa della densità delle fibre nervose sia al polpaccio distale sia alla coscia prossimale nei pazienti con fibromialgia.

    Questi dati suggeriscono che alterazioni delle piccole fibre compatibili con NPF possano contribuire ai sintomi dolorosi osservati in un sottogruppo di pazienti. Gli autori ipotizzano inoltre che, almeno in parte, il dolore possa essere associato a meccanismi periferici potenzialmente immuno-mediati, e che la valutazione della densità delle fibre cutanee possa rappresentare uno strumento clinico utile per identificare alterazioni neuropatiche nei pazienti con diagnosi di fibromialgia.

    Un ulteriore elemento emerso dallo studio riguarda la descrizione qualitativa del dolore: circa il 76% dei pazienti con fibromialgia utilizzava termini tipici del dolore neuropatico (come bruciore, sensazione di spilli e aghi o dolore lancinante), rispetto a circa il 20% dei pazienti con artrite reumatoide senza fibromialgia, suggerendo una possibile componente neuropatica del dolore in una parte dei pazienti.

    2014 – Reduction of intraepidermal nerve fiber density in fibromyalgia

    Riduzione della densità delle fibre nervose intraepidermiche nella fibromialgia

    Studio che ha analizzato la densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) in pazienti con fibromialgia rispetto ai controlli. I risultati hanno evidenziato una riduzione significativa della densità delle piccole fibre cutanee nei pazienti con fibromialgia, suggerendo la presenza di alterazioni periferiche del sistema nervoso in un sottogruppo di pazienti.

    Gli autori sottolineano che questi risultati supportano l’ipotesi che in alcuni casi il dolore diffuso attribuito alla fibromialgia possa essere associato a NPF, e che la biopsia cutanea rappresenti uno strumento utile per identificare queste alterazioni e migliorare l’inquadramento diagnostico dei pazienti con dolore cronico.

    2014 – Small nerve fiber involvement in patients referred for fibromyalgia

    Coinvolgimento delle piccole fibre nervose nei pazienti indirizzati per fibromialgia

    Studio che ha analizzato la presenza di alterazioni delle piccole fibre in pazienti inviati alla valutazione clinica con diagnosi o sospetto di fibromialgia. I risultati indicano che un sottogruppo di questi pazienti presenta alterazioni compatibili con NPF, che possono contribuire sia ai sintomi sensoriali (come bruciore, parestesie o dolore neuropatico) sia ai sintomi autonomici frequentemente riportati.

    Gli autori sottolineano quindi che, nei pazienti con fibromialgia e sintomi suggestivi di coinvolgimento delle piccole fibre, la biopsia cutanea con valutazione della IENFD dovrebbe essere presa in considerazione come parte del percorso diagnostico, al fine di identificare eventuali casi di NPF sottostante.

    2013 – Objective evidence that small-fiber polyneuropathy underlies some illnesses currently labeled as fibromyalgia

    Evidenza oggettiva che la polineuropatia delle piccole fibre sia alla base di alcune malattie attualmente classificate come fibromialgia

    Studio che ha valutato la presenza di NPF in pazienti con diagnosi di fibromialgia attraverso biopsia cutanea e test neurologici clinici. I risultati hanno mostrato che il 41% delle biopsie cutanee nei pazienti con fibromialgia risultava diagnostico per NPF, rispetto a solo il 3% nei soggetti di controllo. Inoltre, i pazienti con fibromialgia presentavano punteggi significativamente più elevati nei test neurologici MNSI (Michigan Neuropathy Screening Instrument) e UENS (Utah Early Neuropathy Scale) rispetto ai controlli.

    Anche i test della funzione autonomica (AFT) mostravano alterazioni con frequenza simile tra i gruppi, suggerendo che nei casi identificati la NPF fosse prevalentemente di tipo somatico, pur potendo associarsi a manifestazioni autonomiche. Gli autori concludono che una parte dei pazienti con dolore cronico diagnosticati come fibromialgia potrebbe in realtà presentare una NPF non riconosciuta, evidenziando l’importanza di considerare test diagnostici oggettivi nei pazienti con sintomi compatibili.

    2024-Small fiber neuropathy in children, adolescents, and young adults with chronic orthostatic intolerance and postural orthostatic tachycardia syndrome: a retrospective study

    Neuropatia delle piccole fibre in bambini, adolescenti e giovani adulti con intolleranza ortostatica cronica e sindrome da tachicardia ortostatica posturale: studio retrospettivo

    Studio retrospettivo che ha analizzato giovani pazienti con dolore diffuso cronico ad esordio infantile o adolescenziale, spesso classificato come sindrome dolorosa inspiegabile. Utilizzando biopsia cutanea, test di funzionalità autonomica e, in alcuni casi, biopsia nervosa, gli autori hanno identificato NPF definita nel 59% dei pazienti e NPF probabile nel 17%, tra i 41 soggetti studiati.

    I risultati suggeriscono che una parte delle sindromi dolorose diffuse giovanili, tradizionalmente considerate idiopatiche, può essere associata a NPF sottostante, caratterizzata da dolore diffuso e manifestazioni multisistemiche. Lo studio descrive inoltre alcune caratteristiche cliniche e opzioni diagnostiche utili per identificare questi pazienti. In diversi casi la patologia appariva probabilmente immuno-mediata, con risposta documentata a terapie immunomodulatorie, indicando che in alcuni pazienti l’identificazione della NPF può avere implicazioni terapeutiche rilevanti.

    2013 – Objective evidence that small-fiber polyneuropathy underlies some illnesses currently labeled fibromyalgia

    Evidenza oggettiva che la polineuropatia delle piccole fibre sia alla base di alcune malattie attualmente classificate come fibromialgia

    Studio pionieristico che ha valutato la presenza di NPF in pazienti con diagnosi di fibromialgia attraverso biopsia cutanea e test neurologici standardizzati. I risultati hanno mostrato che il 41% dei pazienti con fibromialgia presentava biopsie diagnostiche per NPF, rispetto a solo il 3% dei soggetti di controllo.

    Inoltre i pazienti con fibromialgia mostravano punteggi significativamente più elevati nei test neurologici per neuropatia periferica, suggerendo un coinvolgimento delle piccole fibre. Gli autori concludono che una parte dei pazienti classificati come fibromialgia potrebbe in realtà presentare una NPF non riconosciuta, evidenziando l’importanza di test diagnostici oggettivi nei quadri di dolore cronico diffuso.

    2013 – A case of postural orthostatic tachycardia syndrome associated with migraine and fibromyalgia

    Un caso di sindrome da tachicardia ortostatica posturale associata a emicrania e fibromialgia

    Case report che descrive un paziente con sindrome da tachicardia ortostatica posturale (POTS) associata a emicrania e fibromialgia. La POTS è caratterizzata da intolleranza ortostatica con aumento della frequenza cardiaca di almeno 30 battiti al minuto (o ≥120 bpm) in assenza di ipotensione ortostatica.

    L’articolo evidenzia che disfunzioni del sistema nervoso autonomo sono state descritte sia nell’emicrania sia nella fibromialgia, suggerendo un possibile meccanismo condiviso legato alla disautonomia. Il paziente descritto nel caso clinico è stato trattato con un approccio multidisciplinare, comprendente terapia farmacologica, educazione terapeutica ed esercizio fisico, con miglioramento dei sintomi.

    Il lavoro discute inoltre la letteratura disponibile sull’associazione tra POTS, emicrania e fibromialgia, evidenziando come questi quadri clinici possano coesistere in contesti di disregolazione autonomica, frequentemente osservata anche nei pazienti con NPF.

    2008 –Autonomic dysfunction in fibromyalgia syndrome: postural orthostatic tachycardia

    Disfunzione autonomica nella sindrome fibromialgica: tachicardia ortostatica posturale (POTS)

    Articolo che analizza la presenza di disfunzione del sistema nervoso autonomo (ANS) nei pazienti con fibromialgia. Gli autori evidenziano che le alterazioni autonomiche sono frequenti e diventano spesso più evidenti durante il passaggio dalla posizione supina a quella eretta, con sintomi quali palpitazioni, vertigini e affaticamento, talvolta associati a episodi sincopali.

    Il tilt table test viene indicato come uno strumento utile per valutare queste alterazioni autonomiche e viene frequentemente utilizzato nel percorso diagnostico dei pazienti con fibromialgia che presentano sintomi compatibili con disautonomia. Durante questo test, uno dei quadri più frequentemente osservati è la sindrome da tachicardia ortostatica posturale (POTS).

    Queste osservazioni suggeriscono che, in una parte dei pazienti con fibromialgia, i sintomi sistemici possano essere associati a disregolazione autonomica, una condizione frequentemente riscontrata anche nei pazienti con NPF, in cui il coinvolgimento delle piccole fibre autonomiche può contribuire alle manifestazioni cliniche.


    I primi studi pubblicati tra la fine degli anni 2000 e l’inizio degli anni 2010 rappresentano l’inizio di un cambiamento importante nella comprensione dei quadri clinici tradizionalmente classificati come fibromialgia. In precedenza, la fibromialgia era interpretata quasi esclusivamente come un disturbo di sensibilizzazione centrale, privo di alterazioni strutturali documentabili nel sistema nervoso periferico.

    A partire dai primi anni 2010, tuttavia, l’introduzione e la diffusione di strumenti diagnostici più specifici per lo studio delle piccole fibre nervose, in particolare la biopsia cutanea con valutazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD), ha permesso di identificare alterazioni periferiche in una quota significativa di pazienti con dolore cronico diffuso. Queste osservazioni hanno progressivamente aperto un nuovo filone di ricerca, suggerendo che una parte dei pazienti precedentemente classificati come affetti da fibromialgia potrebbe in realtà presentare una NPF non riconosciuta, oppure una sovrapposizione tra i due quadri clinici.

    Negli anni successivi numerosi studi, revisioni e meta-analisi hanno ulteriormente approfondito questo tema, documentando con crescente frequenza alterazioni delle piccole fibre sensoriali e autonomiche in sottogruppi di pazienti con fibromialgia. Queste evidenze hanno contribuito a spostare progressivamente l’attenzione della ricerca dalla sola interpretazione centrale del dolore verso una visione più complessa e integrata, che include anche il possibile coinvolgimento del sistema nervoso periferico e delle piccole fibre in una parte dei pazienti con dolore cronico diffuso.

    AINPF

  • Neurotrofici: Hericium erinaceus e NPF: cosa dice la scienza

    Neurotrofici: Hericium erinaceus e NPF: cosa dice la scienza

    I contenuti di questo articolo sono proprietà dell’Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre (AINPF). È consentita la condivisione solo citando la fonte e inserendo il link originale. È vietata la riproduzione parziale o modificata senza autorizzazione.

    Negli ultimi anni si parla sempre più spesso dell’ Hericium erinaceus, un fungo medicinale conosciuto anche come Lion’s Mane. Molti pazienti con NPF lo utilizzano come supporto e diversi riferiscono un miglioramento soggettivo di alcuni sintomi, ma cosa sappiamo davvero dal punto di vista scientifico?

    L’Hericium erinaceus è un fungo appartenente ai Basidiomiceti (un ampio gruppo di funghi che producono le spore su strutture chiamate basidi e che comprende molte specie “a cappello”). È un organismo saprofita, cioè si nutre di materia organica morta, e cresce prevalentemente su tronchi di latifoglie come quercia, noce, faggio e olmo. Dal punto di vista ecologico è responsabile del cosiddetto marciume bianco, una forma di degradazione del legno che comporta la distruzione della lignina e lascia una struttura fibrosa e chiara.

    È diffuso in Asia, Europa e Nord America. La sua coltivazione controllata è documentata in Cina a partire dal 1988. Nella tradizione medica cinese e giapponese viene utilizzato da secoli, inizialmente soprattutto per il supporto del tratto gastrointestinale. Sono riportati impieghi nelle ulcere gastriche e duodenali e negli stati infiammatori del canale alimentare. Alcune fonti etnobotaniche riferiscono inoltre che popolazioni native nordamericane lo utilizzassero come emostatico topico, cioè per favorire l’arresto del sanguinamento nelle ferite superficiali.

    L’interesse scientifico moderno per l’Hericium non riguarda però principalmente l’apparato digerente, bensì le sue proprietà neurotrofiche, cioè la capacità di influenzare la crescita, la sopravvivenza e il mantenimento delle cellule nervose.

    Il fungo contiene sostanze attive chiamate hericenoni, presenti nel corpo fruttifero (la parte visibile del fungo), ed erinacine, presenti nel micelio (la parte filamentosa che cresce nel substrato). Nel 1991 Kawagishi e collaboratori hanno dimostrato che alcuni hericenoni sono in grado di stimolare la sintesi del NGF (Nerve Growth Factor, fattore di crescita nervoso) in modelli sperimentali, pubblicando i risultati su Tetrahedron Letters.

    L’NGF è una proteina fondamentale per la sopravvivenza dei neuroni sensitivi, per il mantenimento delle piccole fibre nervose e per la crescita dei neuriti, cioè i prolungamenti cellulari che diventeranno assoni e dendriti. Successivamente è stato chiarito che le erinacine prodotte dal micelio possiedono un’attività neurotrofica ancora più marcata. Shimbo e colleghi hanno evidenziato che l’erinacina A aumenta i livelli di NGF e di catecolamine (neurotrasmettitori come noradrenalina e dopamina) nel sistema nervoso centrale di modelli animali, suggerendo un effetto diretto sulla modulazione neurochimica.

    Studi più recenti hanno ulteriormente approfondito il profilo molecolare del fungo. Ryu et al., su Bioorganic & Medicinal Chemistry Letters, hanno isolato nuove molecole con attività neurotrofica, confermandone la capacità di promuovere la crescita neuritica. Parallelamente, lavori pubblicati su International Journal of Medicinal Mushrooms e su Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine hanno dimostrato, in modelli in vitro e animali, un aumento dell’espressione di NGF e una facilitazione della rigenerazione dopo lesione del nervo periferico.

    È importante sottolineare che questi dati sono prevalentemente preclinici, ottenuti in colture cellulari o su modelli animali. Non esistono, allo stato attuale, studi clinici randomizzati di ampie dimensioni specificamente dedicati alla NPF. Tuttavia, il razionale biologico è coerente: l’NGF è un fattore cruciale per la sopravvivenza delle fibre C e Aδ, che sono proprio le fibre coinvolte nella trasmissione del dolore e della temperatura e che risultano compromesse nella NPF. Una sostanza capace di modulare la sintesi di NGF potrebbe teoricamente influenzare i processi di mantenimento e rigenerazione di queste fibre.

    Il meccanismo ipotizzato non si limita alla sola stimolazione dell’NGF. Alcuni studi suggeriscono anche una modulazione delle vie infiammatorie e un possibile attraversamento della barriera ematoencefalica (la struttura che regola il passaggio di sostanze dal sangue al tessuto cerebrale), anche se questo aspetto necessita di ulteriori conferme nell’uomo

    Dal punto di vista della sicurezza, il fungo è generalmente ben tollerato. Gli effetti collaterali riportati sono rari e in genere limitati a lievi disturbi gastrointestinali o a possibili reazioni allergiche in soggetti predisposti.

    Cosa significa per chi ha la NPF?

    È fondamentale distinguere tra effetto neurotrofico ed effetto analgesico. L’Hericium erinaceus non è un antidolorifico diretto. Non agisce bloccando i canali del sodio né modula in modo acuto la trasmissione del dolore come fanno alcuni farmaci utilizzati nella terapia del dolore neuropatico. Il suo eventuale ruolo, qualora confermato clinicamente, sarebbe piuttosto quello di sostenere il trofismo neuronale, cioè il mantenimento strutturale e funzionale delle cellule nervose nel tempo.

    Questo significa che non si tratta di una sostanza con effetto immediato o sintomatico. Non è sufficiente “prendere una pillola” per ottenere un risultato rapido sul dolore. Il beneficio è legato a un processo biologico graduale, che riguarda il supporto e il mantenimento delle fibre nervose nel medio-lungo periodo, e non un’azione analgesica acuta. Per questo motivo eventuali effetti, quando presenti, tendono a essere riferiti dopo settimane di utilizzo e non nelle prime ore o nei primi giorni.

    Diversi pazienti con NPF riferiscono di utilizzare l’Hericium come integratore e alcuni riportano benefici, come una sensazione di maggiore stabilità neurologica, una riduzione dei sintomi somatici o un miglioramento della concentrazione e della chiarezza mentale.

    È importante anche riportare un’osservazione che emerge dall’esperienza di alcuni pazienti, compresa la mia. L’eventuale beneficio non viene percepito come un effetto evidente o immediato. Durante l’assunzione può sembrare quasi che “non stia facendo nulla”, proprio perché il miglioramento, quando presente, è graduale e progressivo.

    Alcuni riferiscono di accorgersi del beneficio soprattutto al momento della sospensione: dopo alcuni giorni dall’interruzione, i sintomi possono ripresentarsi con maggiore intensità rispetto al periodo di assunzione. È proprio in questa fase che si percepisce retrospettivamente una differenza.

    Si tratta naturalmente di osservazioni soggettive, non di dati provenienti da studi clinici controllati. Tuttavia, questo andamento è coerente con un’azione di tipo trofico e modulante, piuttosto che con un effetto analgesico acuto. Se una sostanza agisce sostenendo nel tempo l’equilibrio neuronale, è plausibile che la sua eventuale sospensione possa rendere più evidente il cambiamento.

    Queste testimonianze dovrebbero rappresentare uno stimolo per la ricerca.

    Come Associazione riteniamo corretto riportare sia ciò che emerge dalla letteratura scientifica sia ciò che i pazienti raccontano, mantenendo sempre un approccio prudente, trasparente e scientificamente onesto.

     

    In conclusione

    L’Hericium erinaceus è uno dei funghi medicinali più studiati per le sue proprietà neurotrofiche. Le evidenze disponibili dimostrano in modo coerente la capacità di stimolare la produzione di NGF e di promuovere la crescita neuritica in modelli sperimentali.

    Possiede un razionale biologico solido che giustifica l’interesse scientifico e spiega perché molti pazienti scelgano di utilizzarlo come supporto, sempre con consapevolezza e sotto supervisione medica.

    Gli studi clinici sull’uomo sono ancora pochi e in genere con piccoli campioni o durate di trattamento limitate. I risultati osservati finora sono promettenti soprattutto in contesti di lieve compromissione cognitiva.

     

    Bibliografia

    • Kawagishi H, Ando M, Sakamoto H, et al. (1991). Hericenones C, D and E, stimulators of nerve growth factor (NGF)-synthesis, from the mushroom Hericium erinaceum. Tetrahedron Letters 32(35):4561–4564. DOI: 10.1016/0040-4039(91)80039-9.

    • Shimbo M, Kawagishi H, Yokogoshi H. (2005). Erinacine A increases catecholamine and nerve growth factor content in the central nervous system of rats. Nutritional Neuroscience 8(4):207–213. DOI: 10.1080/10284150500165716.

    • Ryu SH, Hong SM, Khan Z, et al. (2021). Neurotrophic isoindolinones from the fruiting bodies of Hericium erinaceus. Bioorganic & Medicinal Chemistry Letters 31:127714. DOI: 10.1016/j.bmcl.2020.127714.

    • Wong KH, Naidu M, David P, et al. (2012). Neuroregenerative potential of lion’s mane mushroom, Hericium erinaceus, in the treatment of peripheral nerve injury. International Journal of Medicinal Mushrooms 14(5/6) (indicizzato su PubMed).

    • Lai PL, Naidu M, Sabaratnam V, et al. (2013). Neurotrophic properties of the Lion’s Mane medicinal mushroom, Hericium erinaceus (Higher Basidiomycetes) from Malaysia. International Journal of Medicinal Mushrooms 15(6):539–554. DOI: 10.1615/IntJMedMushr.v15.i6.30.

    • Li IC, Lee LY, Tzeng TT, et al. (2018). Neurohealth Properties of Hericium erinaceus Mycelia Enriched with Erinacines. Behavioural Neurology 2018:5802634. DOI: 10.1155/2018/5802634.

    • Mori K, Inatomi S, Ouchi K, Azumi Y, Tuchida T. Improving effects of the mushroom Hericium erinaceus on mild cognitive impairment: a double-blind placebo-controlled clinical trial. Phytotherapy Research. 2009;23(3):367–372.

    • Saitsu Y, Nishide A, Kikushima K, Shimizu K, Ohnuki K. Improvement of cognitive functions by oral intake of Hericium erinaceus. Biomedical Research. 2019;40(4):125-131. DOI: 10.2220/biomedres.40.125.

  • Come si valutano gli studi scientifici?

    Come si valutano gli studi scientifici?

    Ogni giorno leggiamo frasi come: “Nuova scoperta sulla NPF”, “Studio promettente”, “Finalmente trovata la cura”, ma fermiamoci un attimo.
    Non tutti gli studi hanno lo stesso peso, non tutte le pubblicazioni dimostrano una terapia efficace, non tutte le novità sono cure.
    La ricerca scientifica segue una gerarchia precisa: si parte dagli studi preclinici in laboratorio, si passa per case report e studi osservazionali, si arriva ai trial randomizzati, alle meta-analisi e infine alle linee guida.
    Saltare questi passaggi significa confondere un’ipotesi con una prova, una correlazione con una causa, un risultato preliminare con uno standard di cura.
    Questo materiale nasce per dare strumenti concreti ai pazienti.
    Per imparare a distinguere:
    -uno studio su cellule da uno studio sull’uomo
    -un’associazione da una dimostrazione causale
    -uno studio pilota da una terapia validata
    Perché informarsi è un diritto, ma capire cosa si sta leggendo è una responsabilità.
    Nella NPF (come in tutte le patologie complesse) la ricerca è fondamentale, ma deve essere interpretata correttamente.
    Solo così possiamo evitare false illusioni, polemiche inutili e promesse che non hanno ancora basi solide.
    Queste immagini ti sarnno utili ogni volta che leggerai di una “nuova scoperta” o di uno “studio promettente”.
    Perché la scienza non si giudica dai titoli, ma dal livello di evidenza.
  • Non è tutto POTS – Diagnosi differenziale

    Non è tutto POTS – Diagnosi differenziale

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    Non è tutto POTS – Diagnosi differenziale della Sindrome da Tachicardia Posturale Ortostatica e delle forme di intolleranza ortostatica

     

    Negli ultimi anni la Sindrome da Tachicardia Posturale Ortostatica (POTS) è diventata sempre più conosciuta. Questo ha rappresentato un passo avanti importante per molti pazienti che per anni sono stati liquidati come “ansiosi” o “psicosomatici”. Tuttavia, la maggiore visibilità della sindrome ha prodotto anche un effetto collaterale: una crescente tendenza ad attribuire alla POTS sintomi aspecifici senza che venga effettuata un’adeguata diagnosi differenziale.

    Le società scientifiche sono molto chiare su questo punto: la POTS è una diagnosi clinica che può essere formulata solo dopo aver escluso condizioni secondarie in grado di spiegare la tachicardia ortostatica o i sintomi correlati (Documento di consenso della Heart Rhythm Society 2015; Linee guida della Società Europea di Cardiologia 2018; Documento della Società Cardiovascolare Canadese 2020; Raj et al., CMAJ 2022).

    Il criterio dell’esclusione non è un dettaglio secondario: è parte integrante della definizione stessa.

    Il principio della diagnosi per esclusione

    Secondo i criteri ufficiali, la POTS si caratterizza per un aumento della frequenza cardiaca di almeno 30 battiti al minuto entro 10 minuti dal passaggio alla stazione eretta, in assenza di ipotensione ortostatica significativa e con sintomi persistenti da almeno tre mesi (Heart Rhythm Society 2015; Società Cardiovascolare Canadese 2020). Ma la stessa definizione include un passaggio fondamentale: devono essere escluse altre cause che possano determinare tachicardia ortostatica. Questo significa che, prima di parlare di POTS, occorre interrogarsi su ciò che può imitarla.

     

    Riduzione del volume circolante e disidratazione

    Una semplice disidratazione o una riduzione del volume plasmatico può determinare una tachicardia compensatoria quando la persona si alza in piedi. Il cuore accelera per mantenere la perfusione cerebrale e il soggetto può avvertire capogiri, debolezza o la tipica sensazione di “testa vuota”. Le revisioni cliniche più recenti indicano esplicitamente di escludere ipovolemia e disidratazione nel percorso diagnostico (Raj et al., CMAJ 2022; Documento della Società Cardiovascolare Canadese 2020).  In questi casi non si tratta di disautonomia primaria, ma di una risposta fisiologica a un problema emodinamico.

     

    L’anemia: una grande simulatrice

    Anche l’anemia sideropenica può mimare una POTS. Quando la capacità di trasporto dell’ossigeno è ridotta, l’organismo compensa aumentando la frequenza cardiaca. Il paziente può riferire affaticamento marcato, presincope e tachicardia anche in ortostatismo. La necessità di escludere l’anemia è riportata nelle principali revisioni cliniche sulla POTS (Raj, Circulation 2013; Raj et al., CMAJ 2022). Ignorare questo passaggio significa rischiare una diagnosi impropria.

     

    Il ruolo della tiroide

    Un’alterazione della funzione tiroidea, in particolare l’ipertiroidismo, può provocare tachicardia persistente, tremori, intolleranza al caldo e sintomi neurovegetativi che possono ricordare una forma iperadrenergica di POTS. Le raccomandazioni cliniche suggeriscono la valutazione della funzione tiroidea nel percorso diagnostico differenziale (Cleveland Clinic Journal of Medicine 2019; Raj et al., CMAJ 2022). Non valutare la tiroide prima di diagnosticare una disautonomia rappresenta una semplificazione eccessiva.

     

    Farmaci e sostanze: una causa sottovalutata

    Alcuni farmaci possono aumentare la frequenza cardiaca o alterare la regolazione autonomica. Stimolanti, antidepressivi con effetto noradrenergico, decongestionanti simpaticomimetici e broncodilatatori sono citati nei documenti ufficiali tra le possibili cause di tachicardia secondaria. Le linee guida raccomandano sempre una revisione accurata della terapia farmacologica prima di porre diagnosi (Documento della Società Cardiovascolare Canadese 2020). Una tachicardia indotta da farmaci non è POTS.

     

    Ansia e POTS: come distinguerle

    La Sindrome da Tachicardia Posturale Ortostatica è stata per anni banalizzata come “ansia”. Oggi, però, assistiamo talvolta al fenomeno opposto: ogni tachicardia viene interpretata come POTS, anche quando il quadro è compatibile con un disturbo d’ansia o di panico. Nella POTS il criterio diagnostico è oggettivo: l’aumento della frequenza cardiaca è riproducibile, misurabile e correlato alla postura. Nel disturbo d’ansia o negli attacchi di panico, la tachicardia è generalmente episodica, non necessariamente legata alla stazione eretta e spesso associata a una marcata componente emotiva anticipatoria. La fisiopatologia è centrata sull’attivazione acuta del sistema simpatico mediata da circuiti limbici, non su un difetto primario della regolazione ortostatica (Raj, Circulation 2013; Cleveland Clinic Journal of Medicine 2019).

    Un elemento distintivo importante è proprio la riproducibilità. Nel soggetto con POTS, il passaggio in ortostatismo provoca in modo prevedibile un incremento della frequenza cardiaca; nel disturbo d’ansia l’episodio può comparire anche in assenza di variazioni posturali.

    Va però chiarito un punto delicato: la POTS, soprattutto nelle forme iperadrenergiche, può generare sintomi che soggettivamente vengono percepiti come ansia (palpitazioni, tremori, sudorazione). Questo non significa che la causa sia psicogena. Le revisioni cliniche sottolineano che l’attivazione simpatica nella POTS può essere primaria e non secondaria a uno stato ansioso (Fedorowski, Autonomic Neuroscience 2019). Inoltre, la letteratura evidenzia che l’ansia può essere una comorbidità, ma non è la causa della sindrome (Raj et al., CMAJ 2022).

    Ridurre la POTS a un disturbo d’ansia è un errore, ma ignorare la possibilità di un disturbo d’ansia quando i criteri oggettivi non sono soddisfatti è altrettanto scorretto.

     

    La distinzione con la tachicardia sinusale inappropriata

    La tachicardia sinusale inappropriata è spesso confusa con la POTS. Tuttavia, in questa condizione la frequenza cardiaca è elevata anche a riposo e non è necessariamente legata alla posizione eretta. La distinzione tra queste due condizioni è descritta nel documento di consenso della Heart Rhythm Society del 2015 e nelle revisioni cardiologiche successive. Confonderle può portare a percorsi terapeutici diversi e talvolta inefficaci.

    È importante ricordare che la presenza di tachicardia anche in clinostatismo non esclude automaticamente la diagnosi di POTS. Nelle forme iperadrenergiche possono verificarsi episodi tachicardici anche a riposo o durante la notte. La distinzione con la tachicardia sinusale inappropriata richiede una valutazione clinica completa e non può basarsi su un singolo dato.

     

    Ipotensione ortostatica e sincope vasovagale

    L’ipotensione ortostatica comporta una riduzione significativa della pressione arteriosa al passaggio in ortostatismo. I sintomi possono essere simili, ma il meccanismo fisiopatologico è differente. Le Linee guida europee sulla sincope del 2018 forniscono algoritmi chiari per distinguere le diverse forme di intolleranza ortostatica. Anche la sincope vasovagale può manifestarsi con sudorazione, nausea, pallore e presincope. Il documento di consenso della Heart Rhythm Society distingue nettamente questa condizione dalla POTS.

     

    Feocromocitoma: raro, ma possibile

    In presenza di sintomi adrenergici marcati e parossistici, deve essere considerata, se clinicamente indicato, anche l’ipotesi di feocromocitoma, come riportato nelle linee guida endocrine (Lenders et al., Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2014; Fedorowski 2019). Si tratta di una condizione rara, ma citarla sottolinea l’importanza della valutazione clinica completa.

     

    Gli esami consigliati nella diagnosi differenziale

    Le linee guida e i documenti di consenso non prevedono un “esame unico” per la POTS, ma un percorso diagnostico strutturato.

    • Il primo passaggio è la documentazione dell’incremento ortostatico della frequenza cardiaca mediante test attivo in ortostatismo o tilt test, quando indicato (Heart Rhythm Society 2015; Società Europea di Cardiologia 2018).

    Parallelamente, viene raccomandata la valutazione di condizioni alternative.

    • Gli esami di base generalmente suggeriti nelle revisioni cliniche includono emocromo per escludere anemia, elettroliti, funzione renale e funzione tiroidea (Raj et al., CMAJ 2022; Cleveland Clinic Journal of Medicine 2019). L’anemia, ad esempio, è una causa riconosciuta di tachicardia compensatoria (Raj, Circulation 2013).
    • La valutazione farmacologica è parte integrante del percorso: è necessario analizzare eventuali farmaci che possano aumentare la frequenza cardiaca o alterare la regolazione autonomica (Società Cardiovascolare Canadese 2020).
    • Quando vi è sospetto aritmico, è indicata la registrazione elettrocardiografica, eventualmente con monitoraggio Holter, per distinguere la POTS dalla tachicardia sinusale inappropriata o da altre aritmie (Heart Rhythm Society 2015; Olshansky et al., Journal of the American College of Cardiology 2015).
    • In presenza di sintomi adrenergici parossistici importanti (cefalea intensa, sudorazione profusa, crisi ipertensive), può essere indicata la valutazione per feocromocitoma secondo le linee guida endocrine (Lenders et al., Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2014).
    • Le Linee guida europee sulla sincope (ESC 2018) forniscono inoltre indicazioni su come distinguere la POTS dall’ipotensione ortostatica e dalla sincope vasovagale attraverso la valutazione pressoria e il profilo emodinamico.

    Il punto centrale è questo: la POTS non si diagnostica “per sensazione”, ma attraverso criteri oggettivi e dopo un percorso di esclusione ragionato.

     

    Bibliografia

    • Sheldon RS et al. Heart Rhythm Society Expert Consensus Statement on POTS, IST and vasovagal syncope. Heart Rhythm. 2015.
    • Raj SR et al. Canadian Cardiovascular Society Position Statement on POTS. Can J Cardiol. 2020.
    • Brignole M et al. 2018 ESC Guidelines for the diagnosis and management of syncope. Eur Heart J. 2018.
    • Raj SR, Fedorowski A, Sheldon RS. Diagnosis and management of POTS. CMAJ. 2022.
    • Raj SR. Postural Tachycardia Syndrome. Circulation. 2013.
    • Fedorowski A. Postural orthostatic tachycardia syndrome: clinical presentation and management. Auton Neurosci. 2019.
    • Olshansky B et al. Inappropriate sinus tachycardia. J Am Coll Cardiol. 2015.
    • Lenders JWM et al. Pheochromocytoma and paraganglioma. J Clin Endocrinol Metab. 2014.
    • Lei L et al. Evaluating and managing POTS. Cleve Clin J Med. 2019.

     

    Nicole Martinelli per AINPF

     

    Questo articolo è frutto di lavoro scientifico, analisi delle linee guida internazionali 
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  • NPF e novità scientifiche: cosa sappiamo davvero nel 2026

    Negli ultimi mesi circolano molte “novità” sulla neuropatia delle piccole fibre. Alcune sono interessanti, altre vengono presentate in modo sensazionalistico e “acchiappa-like”, creando confusione nei pazienti. Per fare chiarezza, bisogna partire da un punto fondamentale che spesso viene dimenticato:

    La NPF non è una malattia unica

    La neuropatia delle piccole fibre non è una singola malattia con una singola causa. È un quadro clinico e neuropatologico caratterizzato dal danno delle fibre nervose di piccolo calibro, quelle responsabili del dolore, della sensibilità termica e di molte funzioni autonomiche.

    Il meccanismo finale è comune: degenerazione e disfunzione delle piccole fibre, ma le cause possono essere molto diverse.

    In letteratura sono documentate NPF associate a molte patologie e condizioni (scheda consultabile qui: www.ainpf.com/cause) tra cui diabete e alterazioni metaboliche, malattie autoimmuni sistemiche, mutazioni genetiche (come varianti nei canali del sodio), infezioni, carenze vitaminiche, disturbi del connettivo, come la sindrome di Ehlers-Danlos, forme idiopatiche, in cui la causa non è identificabile. Questo concetto è ben descritto nei criteri diagnostici e nelle linee guida sull’uso della biopsia cutanea (Oaklander AL, Nolano M. Small-fiber neuropathy. New England Journal of Medicine, 2019.; Lauria et al., European Journal of Neurology, 2010).

    Parlare di “la cura della NPF” senza distinguere la causa è quindi un errore di impostazione.

     

    La vera terapia: trattare la causa quando è identificabile

    Se la NPF è secondaria a una causa riconoscibile, la prima terapia è intervenire su quella. Nel diabete, il controllo metabolico è fondamentale. Nelle carenze vitaminiche, la correzione della carenza può stabilizzare il quadro. Nelle malattie autoimmuni sistemiche, il trattamento della patologia di base può influenzare l’andamento neuropatico.

    Questo è il punto chiave: la “cura” oggi esiste quando esiste una causa trattabile.

    Il problema nasce nelle forme idiopatiche, dove non si identifica un fattore scatenante chiaro. In questi casi si entra nel campo della gestione sintomatica e del supporto biologico.

     

    Ipotesi immunologica e immunoglobuline: a che punto siamo

    Alcuni studi hanno identificato autoanticorpi come TS-HDS e FGFR3 in una parte dei pazienti con NPF idiopatica (Doppler et al., Brain, 2016). Questo ha aperto l’ipotesi di una componente autoimmune in un sottogruppo. Ma presenza non significa causalità. Per dimostrare che un autoanticorpo sia la causa della malattia servono dati coerenti, replicati e una risposta terapeutica chiara.

    Il trial randomizzato controllato pubblicato su Neurology nel 2021 (Oaklander et al.) non ha mostrato beneficio significativo delle IVIG nel dolore rispetto al placebo nei pazienti con NPF idiopatica dolorosa. Questo non significa che non possano esistere sottogruppi selezionati. Significa che ad oggi non possiamo parlare di terapia standard universale.

    Ma il punto ancora più importante riguarda le raccomandazioni ufficiali.

    Nel 2023 l’American Association of Neuromuscular & Electrodiagnostic Medicine (AANEM) ha pubblicato un aggiornamento delle raccomandazioni sull’uso delle immunoglobuline nelle malattie neuromuscolari (Patwa HS et al., Muscle & Nerve, 2023).

    Traduzione linee guida qui: https://ainpf.com/nuove-raccomandazioni-sulluso-delle-immunoglobuline-g-per-i-disturbi-neuromuscolari/

    In quel documento viene esplicitamente indicato che:

    • le IVIG non sono raccomandate nella NPF idiopatica
    • le IVIG non sono raccomandate nei pazienti positivi per anticorpi FGFR3 o TS-HDS in assenza di altre indicazioni consolidate

    Questa posizione riflette l’assenza di prove solide di efficacia nei trial controllati.

    È fondamentale comprendere cosa significa “non raccomandato” in una linea guida: non è un’opinione personale, ma una valutazione basata sul livello e sulla qualità delle evidenze disponibili. Questo non esclude che possano esistere sottogruppi ancora in studio o casi particolari valutati individualmente. Significa però che, ad oggi, non possiamo presentare le IVIG come terapia validata per la NPF idiopatica o per la sola positività a questi autoanticorpi. Ed è una distinzione essenziale quando si comunica ai pazienti.

     

    Neurotrofici: perché hanno senso, soprattutto in contesti come le sindromi di Ehlers-Danlos

    In assenza di una terapia risolutiva nelle forme idiopatiche, diventa rilevante il concetto di supporto neurotrofico e metabolico.

    Sostanze come acetil-L-carnitina e acido alfa-lipoico sono state studiate nel dolore neuropatico, in particolare diabetico (Sima et al., Diabetes Care, 2005; Ziegler et al., Diabetes Care, 2004). Non sono cure definitive, ma mostrano effetti sintomatici e potenziali benefici sul metabolismo nervoso.

    Nel contesto della sindrome di Ehlers-Danlos, il discorso è ancora più interessante. Nella EDS esiste un’alterazione strutturale del connettivo che può influenzare la stabilità meccanica dei nervi, la microvascolarizzazione e l’ambiente extracellulare in cui le fibre vivono. In un terreno connettivale fragile, il supporto metabolico e neurotrofico può avere un senso biologico maggiore, proprio perché si lavora su un tessuto che vive in un ambiente alterato. Questo non significa “rigenerare magicamente i nervi”, ma significa sostenere un sistema che può avere maggiore vulnerabilità strutturale.

    Nel nostro libro abbiamo dedicato schede specifiche ai principali neurotrofici, analizzandone meccanismi e limiti. Nell’ampliamento attualmente in corso questi aspetti verranno approfonditi ulteriormente, con aggiornamento delle evidenze disponibili.

    A brevissimo,inoltre, avremo un’ importante novità che non vediamo l’ora di comunicarvi!

     

    Ricerca recente: cosa è interessante oggi (e cosa NON significa “cura”)

    È normale che, man mano che la NPF diventa più conosciuta, circolino “novità” presentate come svolte definitive. Per tutelare i pazienti, conviene guardare le ricerche nuove con un criterio semplice: prima si capisce di che tipo di studio si tratta, poi si decide quanto pesa davvero.

     

    Canali del Sodio

    La ricerca sui canali del sodio, come SCN9A/Nav1.7 (Faber et al., Brain, 2012), è molto attiva. Si studiano meccanismi cellulari, modulazione dell’eccitabilità neuronale e nuovi bersagli molecolari. Ma tra un meccanismo identificato e un farmaco approvato esiste un percorso lungo fatto di trial clinici controllati e replicazioni.

     

    Mitocondri: biologia affascinante, non terapia pronta

    Un esempio recente riguarda il tema dei mitocondri. A gennaio 2026 è uscito su Nature (Xu J, Li Y, Novak C, et al. Mitochondrial transfer from glia to neurons protects against peripheral neuropathy) un lavoro che descrive un fenomeno biologico affascinante: il trasferimento di mitocondri dalle cellule gliali ai neuroni sensitivi nei gangli dorsali, con effetti protettivi in modelli di neuropatia periferica. È ricerca di altissimo livello, ma va letta correttamente: si tratta di un lavoro sperimentale (con modelli e tessuti), focalizzato su neuropatie come quelle diabetiche o da chemioterapia. È quindi una pista promettente di biologia e di dolore neuropatico, non una terapia disponibile, e soprattutto non dimostra che “si rigenerano i nervi” nell’uomo o che esista già una cura per la NPF.

    Lo stesso vale quando si trovano articoli divulgativi che parlano di “ripristinare i mitocondri” come se fosse un trattamento pronto. Anche quando la notizia nasce da uno studio serio, la distanza tra “meccanismo identificato” e “terapia approvata” è grande: servono passaggi clinici, sicurezza, riproducibilità, e risultati su pazienti umani con endpoint clinici solidi.

    Un meccanismo biologico affascinante non equivale a una cura.

    Zheng H. et al., Mitochondrial dysfunction in peripheral neuropathy, Experimental Neurology 2011.

    Medicina rigenerativa e idrogel: cosa mostrano davvero gli studi

    Nell’ultimo periodo sta girando molto un post che parla di un gel sviluppato al MIT capace di “rigenerare i nervi danneggiati” e di “ripristinare completamente la sensibilità perduta”. Il testo è entusiastico, parla di svolta epocale, di paralisi recuperate e di una medicina che non si limita più a gestire il danno ma lo ripara.

    Quando si convive con una neuropatia, leggere parole del genere accende inevitabilmente speranza. Ed è giusto che la ricerca venga raccontata. Ma è altrettanto importante distinguere tra ricerca sperimentale e terapia disponibile per i pazienti.

    La notizia sul gel sviluppato al MIT nasce da studi seri di ingegneria tissutale, ma il modo in cui viene raccontata online è fuorviante. Nei lavori pubblicati, il gel viene utilizzato in modelli animali con lesioni nervose periferiche ben definite: in pratica, nervi danneggiati in modo meccanico o interrotti, dove esiste un punto preciso da “riparare”. In quel contesto, il gel funziona come una struttura di supporto che guida la ricrescita degli assoni e rilascia molecole che favoriscono la rigenerazione locale.

    Questo scenario è biologicamente molto diverso dalla NPF idiopatica o sistemica che vediamo nei pazienti. Nella NPF non c’è un nervo reciso da ricongiungere. Il danno è spesso diffuso, metabolico o immuno-mediato, e può coinvolgere anche il neurone nel ganglio dorsale, non solo la porzione terminale nella cute. Non esiste un “buco” anatomico in cui iniettare un materiale per ricostruire il circuito.

    Quando si legge che “nei primi test sugli animali è tornata completamente la sensibilità”, bisogna ricordare che si tratta di modelli sperimentali controllati, non di pazienti con NPF idiopatica. Il recupero in un ratto con una lesione chirurgica del nervo sciatico non equivale alla guarigione di una neuropatia delle piccole fibre nell’uomo.

    Un altro passaggio critico è l’estensione automatica alle neuropatie diabetiche o alle lesioni spinali. Tra un risultato preclinico e un’indicazione terapeutica reale esistono fasi cliniche complesse, anni di sperimentazione e verifiche indipendenti. Ad oggi non esistono trial clinici pubblicati che dimostrino che questo gel rigeneri le fibre intraepidermiche nella NPF umana documentata con biopsia cutanea, né che ripristini la funzione autonoma nei pazienti.

    Questo non significa che la ricerca sia inutile o falsa. Significa che è ricerca preclinica promettente. È il primo passo di un percorso lungo. Presentarla come “ora possiamo riparare i nervi” o come soluzione pronta per la NPF è una forzatura comunicativa.

    La medicina rigenerativa sta avanzando, ma tra “rigenerazione in modello animale” e “cura clinica per la NPF” c’è una distanza che non può essere colmata da un titolo entusiastico.

    (Daly W. et al., Tissue engineered scaffolds for peripheral nerve regeneration, Journal of The Royal Society Interface 2012.)

    (Gu X. et al., Hydrogel-based strategies for peripheral nerve repair, Progress in Neurobiology 2014)

     

    Elettroceutica e percentuali di miglioramento

    Si stanno diffondendo tecnologie non invasive per la modulazione del dolore neuropatico, nell’ambito della cosiddetta elettroceutica. La neuromodulazione è un campo serio e in crescita (De Ridder D. et al., Nature Reviews Neurology, 2021).

    Tuttavia, quando si leggono percentuali di miglioramento “oltre l’80%”, è necessario chiedersi:

    • studio randomizzato o osservazionale?
    • gruppo di controllo presente?
    • pubblicazione peer-reviewed?
    • endpoint soggettivi o oggettivi?
    • durata del follow-up?

    Molti dispositivi possono modulare la percezione del dolore. Questo è plausibile. Ma modulare il dolore non equivale a riparare strutturalmente le piccole fibre né ad aumentare la IENFD alla biopsia. Senza dati strutturali e replicazioni indipendenti, parlare di “riparazione della comunicazione nervosa” resta una formulazione descrittiva, non una dimostrazione biologica.

     

    Cellule staminali e rigenerazione

    Anche le terapie cellulari sono oggetto di studio in ambito neurologico. Le cellule staminali mesenchimali e altre strategie rigenerative sono in fase sperimentale in diverse condizioni neurologiche (Trounson A., McDonald C., Cell Stem Cell, 2015). Ma nella NPF non esistono ad oggi trial clinici consolidati che dimostrino rigenerazione stabile delle piccole fibre tramite cellule staminali. Anche qui vale lo stesso principio: sperimentazione in corso non significa terapia disponibile.

     

    ClinicalTrials.gov non è una prova di efficacia

    Un altro caso tipico è quando si condividono link a ClinicalTrials.gov per dimostrare che “funziona”. ClinicalTrials è un registro: indica che una terapia è in studio, non che sia efficace. Per esempio, esiste un trial registrato sulle immunoglobuline endovena (IVIG) in pazienti con NPF associata ad autoanticorpi (TS-HDS/FGFR3). Questo significa solo che l’ipotesi è stata messa alla prova con metodo.

    L’esito non è “garantito” dalla semplice esistenza del trial.

     

    Conclusioni

    Per questo, quando leggiamo “studio nuovo”, la domanda corretta non è “è vero o falso?”, ma: a che livello di evidenza siamo?

    Un meccanismo biologico può essere reale e interessante, ma non tradursi mai in una terapia. Uno studio su modelli animali può ridurre il dolore in quel modello, ma non replicarsi nell’uomo. E perfino un trial umano può essere negativo o non clinicamente significativo.

    Questa distinzione non toglie speranza: la rende più sana. La ricerca seria non promette miracoli, costruisce pezzo per pezzo ciò che un domani potrebbe diventare cura.

    Scrivere di NPF significa assumersi una responsabilità.
    Ogni parola pesa, perché dall’altra parte non ci sono “lettori”, ma persone che soffrono.

    Chi lavora ogni giorno su questa condizione sa quanto sia facile accendere speranze premature e quanto sia difficile, invece, costruire conoscenza solida. La differenza tra sensazionalismo e divulgazione seria non sta nel volume della voce, ma nel rispetto per le evidenze.

    AINPF

     

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  • Biopsia neurologica di cute per diagnosi di NPF

    Biopsia neurologica di cute per diagnosi di NPF

     

    BIOPSIA NEUROLOGICA DI CUTE PER DIAGNOSI DI NPF – NEUROPATIA DELLE PICCOLE FIBRE

    In cosa consiste e cosa permette vedere e valutare.

    Cerchiamo di fare chiarezza.

    Anche se si tratta di un argomento piuttosto tecnico, proviamo a spiegarlo nel modo più semplice possibile, perché ultimamente circolano tante informazioni sconnesse e a volte contraddittorie. In questo breve articolo vedremo insieme che cos’è la biopsia cutanea neurologica, come si svolge concretamente e quali preziosi dettagli può rivelarci sulle piccole fibre nervose, senza perderci in troppi termini specialistici.

    La biopsia neurologica di cute, è oggi il metodo di elezione per confermare una neuropatia delle piccole fibre.

    Anche se può sembrare un esame complesso, in realtà fornisce informazioni molto precise sullo stato delle terminazioni nervose nella pelle.

    biopsia neurologica di cute

    Come si esegue

    Per prelevare il campione si utilizza un piccolo punch circolare da 3 mm, applicato di solito 10 cm sopra il malleolo esterno (caviglia), dopo anestesia locale. In alcuni centri si ripete la biopsia anche sul lato esterno della coscia: questo aiuta a capire se la neuropatia segue un andamento “lunghezza dipendente” o è distribuita in modo più uniforme. Per ricerca si può eseguire prelievo anche dal mignolo della mano.

     

    Neuropatia a lunghezza-dipendente / non-lunghezza-dipendente

    • Lunghezza-dipendente
      In questa forma, la sofferenza delle fibre nervose inizia dove i nervi sono più lunghi, cioè nei piedi (e talvolta nelle mani). I primi sintomi – formicolio, bruciore, intorpidimento ecc… – compaiono nelle punte delle dita dei piedi e poi, man mano che la malattia avanza, risalgono lentamente lungo gli arti fino alle caviglie, alle ginocchia e oltre.
    • Non-lunghezza-dipendente
      Qui i sintomi non seguono uno schema “dalla punta verso il centro”. Possono esordire in zone più vicine al tronco (per esempio cosce, braccia, tronco) o in modo sparso, interessando aree isolate della pelle. Questa distribuzione più irregolare può rendere la diagnosi più complessa, perché non rispecchia il tipico “calzino-guanto” della forma lunghezza-dipendente.

    Capire se la neuropatia è lunghezza-dipendente o no aiuta il medico a identificare la causa sottostante (ad esempio diabete e altre malattie sistemiche spesso determinano forme lunghezza-dipendenti, mentre alcune condizioni infiammatorie o genetiche possono provocare pattern non-lunghezza-dipendente) e a pianificare al meglio il monitoraggio e il trattamento.

    distribuzione NPF

    Profondità del prelievo

    • 3–4 mm per studiare le fibre epidermiche
    • Fino a 8 mm per includere ghiandole sudoripare, follicoli piliferi e vasi, che si trovano negli strati più profondi del derma.

     

    Preparazione del campione
    Il tessuto viene subito immerso in una soluzione fissativa (nPLP o Zamboni), che “congela” le cellule e le fibre nervose preservandone la struttura. Poi si ottengono sezioni sottili, a cui si applicano anticorpi anti–PGP 9.5 per marcare le fibre nervose: un vero e proprio “evidenziatore” che le rende visibili al microscopio .

     

    Due modi per “illuminare” i nervi

    • Immunofluorescenza indiretta: Le fibre sono marcate con anticorpi anti–PGP 9.5 coniugati a un fluorocromo (rosso) e i nuclei con DAPI (blu). Si ottiene un’immagine a elevato contrasto, ideale per contare fibre e studiare la loro forma sia in soggetti sani sia in pazienti. Le fibre “si accendono” di colore sotto lampade UV o laser, offrendo un contrasto molto netto e la possibilità di marcare più proteine insieme. Serve però un microscopio a fluorescenza o confocale, e i preparati vanno protetti dalla luce per non perdere il segnale.
    • Immunoistochimica in campo chiaro: Le fibre PGP 9.5 appaiono come sottili linee scure/brune su sfondo chiaro. Questo approccio è più semplice da archiviare e accessibile con un normale microscopio ottico, pur garantendo risultati affidabili per la quantificazione delle IENF.  Il vetrino si conserva per anni ed è una tecnica più economica e diffusa.

    Nonostante le differenze pratiche, entrambi i metodi mostrano performance diagnostiche quasi identiche, con una correlazione di r = 0,81 e discordanza diagnostica inferiore al 7 % .

    Le linee guida EFNS/PNS li raccomandano entrambi come Livello A per quantificare le fibre epidermiche in sezioni “free-floating” da 50 µm .

    In pratica, la scelta fra immunofluorescenza e immunoistochimica dipende soprattutto dalla disponibilità di microscopi specializzati, dal budget del laboratorio e dall’eventuale necessità di multiplexing o di conservazione a lungo termine dei preparati.

     

    Cosa “vede” la biopsia

    Densità di fibre epidermiche (IENFD)
    Si conta quante fibre attraversano lo strato più esterno della pelle. I valori normali dipendono da età e sesso (scendono di 0,5 fibre/mm per decade e sono leggermente più alti nelle donne) . Un valore al di sotto del 5° percentile indica neuropatia.

    Fibre autonomiche
    Se il campione arriva più in profondità, si possono studiare le terminazioni che regolano sudorazione (sudomotorie), erezione del pelo (pilomotorie) e calibro dei vasi (vasomotorie). Questo è fondamentale per capire se la neuropatia colpisce anche il sistema nervoso autonomo, responsabile di molti sintomi di disautonomia .

    Tuttavia, la maggior parte dei laboratori che usano l’immunoistochimica in campo chiaro (IHC-DAB), si concentra solo sulle fibre epidermiche somatiche (IENF).

    Questo perchè il protocollo standard IHC-DAB impiega sezioni molto sottili (5–10 µm) che non mantengono l’architettura tridimensionale necessaria per evidenziare ghiandole sudoripare, follicoli e vasi, che richiedono sezioni spesse (~50 µm) e tecniche particolari.

    Inoltre, le linee guida internazionali non definiscono intervalli di riferimento per le fibre sudomotorie, pilomotorie o vasomotorie.

    Esistono alcuni studi singoli (ad es. Luo et al. hanno stabilito in 107 soggetti di controllo che la densità di innervazione sudomotoria normale è al di sopra del 5° percentile – 1,58 % negli uomini e 2,63 % nelle donne), ma questi dati non sono integrati nelle linee guida ufficiali e non sono ancora adottati in modo uniforme tra i laboratori bcbsm.com.

    Di conseguenza, l’analisi quantitativa delle fibre autonome rimane prevalentemente un ambito di ricerca e non è standardizzata per uso clinico.

    densità fibre NPF

    Alterazioni morfologiche
    Oltre al numero, si valutano rigonfiamenti assonali, assottigliamenti del plesso subepidermico, fibre “crawler” e altri cambiamenti che confermano la sofferenza nervosa e ne suggeriscono le cause .

     

    Depositi di amiloide
    In alcuni centri si usa il Rosso Congo per evidenziare depositi di amiloide, essenziali per riconoscere le neuropatie da amiloidosi familiare o sistemica .

     

    Sicurezza e affidabilità della biopsia
    La procedura è minimamente invasiva, non richiede suture e ha un tasso di complicanze inferiore allo 0,2 % in oltre 30 000 esami . Grazie a protocolli condivisi e all’uso di software di analisi automatica, la riproducibilità tra laboratori supera il 99 %, garantendo risultati affidabili .

     

    Conclusioni
    La biopsia neurologica di cute offre una visione dettagliata delle piccole fibre nervose e con parametri quantitativi (densità IENF) e qualitativi (morfologia, depositi di amiloide), è oggi, senza ombra di dubbio, l’esame di riferimento per una diagnosi certa di neuropatia delle piccole fibre.

     

    Fonti:

    1. Joint Task Force of the EFNS and the PNS. Guideline on the use of skin biopsy in the diagnosis of small fiber neuropathy. Eur J Neurol. 2010;17(7):903–912.Linee guida ufficiali sull’esecuzione, l’analisi e l’interpretazione della biopsia cutanea per la diagnosi di neuropatia delle piccole fibre.
    2. Kennedy WR, Wendelschafer-Crabb G. Quantitation of epidermal nerves in diabetic neuropathy.
      Neurology. 1996;47(4):1042–1048Quantificazione e le alterazioni morfologiche delle fibre epidermiche in pazienti con neuropatia diabetica, comparandole a controlli sani.
    3. Lauria G, Nolano M, Cornblath DR, Johansson O, McArthur JC, Mellgren SI, , Rosenberg N, Sommer C; European Federation of Neurological Societies. EFNS guidelines on the use of skin biopsy in the diagnosis of peripheral neuropathy. Eur J Neurol. 2005 Oct;12(10):747-58. doi: 10.1111/j.1468-1331.2005.01260.x. PMID: 16190912. Linee guida che definiscono protocollo, metodi di analisi e parametri di riferimento per usare la biopsia di cute.
    4. Nolano M, Biasiotta A, Lombardi R, et al. Epidermal innervation morphometry by immunofluorescence and bright-field immunohistochemistry: agreement between two methods and normative data. J Peripher Nerv Syst. 2015;20(3):215–22. Confronto fra metodo immunofluorescenza indiretta e immunoistochimica in campo chiaro per misurare la IENFD, mostrando un’ottima concordanza e fornendo dati normativi per entrambi.
    5. Turner MR, Carbone R, et al. Cutaneous amyloid as biomarker in hereditary transthyretin amyloidosis: Congo red detection in skin biopsy.Ann Clin Transl Neurol. 2022;9(8):1093–1105 Descrizione dell’uso della colorazione con Rosso Congo per rilevare depositi di amiloide in pazienti con amiloidosi da transtiretina, proponendola come biomarcatore.
    6. Luo KR, Chao CC, Chen YT, et al. Quantitation of sudomotor innervation in skin biopsies of patients with diabetic neuropathy. J Neuropathol Exp Neurol. 2011;70(10):930–939 Quantificazione della densità di innervazione sudomotoria (fibre che controllano il sudore) in biopsie cutanee di pazienti con neuropatia diabetica, proponendo range normativi preliminari.
    7. Lauria G, Bakkers M, Schmitz C, et al. Intraepidermal nerve fiber density at the distal leg: a worldwide normative reference study.J Peripher Nerv Syst. 2010;15(3):202–207. Valori normativi di densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD) al polpaccio in una coorte internazionale di soggetti sani, suddivisi per età e sesso.

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  • Il Questionario per Dolore Neuropatico – DN4

    Il Questionario per Dolore Neuropatico – DN4

     

    Il DN4 (dolore neuropatico in quattro domande), è un’importante strumento di aiuto alla diagnosi attendibile di dolore neuropatico, utilizzabile dal medico. E’ consigliabile utilizzarlo ogni qual volta si voglia comprendere se possono esserci sintomi compatibili con Neuropatia delle Piccole Fibre (NPF), ad esempio nei pazienti con sospetta Fibromialgia, per poterli così indirizzare correttamente e permettere loro di accertare se sia presente la NPF o meno.Più risposte positive ci sono, più c’è possibilità che il proprio dolore sia di tipo neuropatico.

    Nicole- Presidente AINPF

    questionario del dolore neuropatico

     

  • Questionari: Il COMPASS-31

    Questionari: Il COMPASS-31

     

    Il COMPASS-31 (Composite Autonomic Symptom Score 31) è un questionario sviluppato da un gruppo di ricercatori guidato dal Dr. Wolfgang Singer, della Mayo Clinic. È stato creato come versione abbreviata e migliorata del COMPASS (Composite Autonomic Symptom Score) per valutare in modo più efficiente i sintomi legati alla disfunzione del sistema nervoso autonomo.

    (Cos’è la disautonomia? Per approfondire CLICCA QUI).

    Il questionario include 31 domande divise in sei domini:

    1. Intolleranza ortostatica
    2. Vasomotoria
    3. Secretoria
    4. Gastrointestinale
    5. Disfunzione pupillare
    6. Genito-urinaria

    Usa una scala di risposta specifica per ciascun sintomo, e le risposte vengono poi valutate dallo specialista, in base a punteggi specifici per determinare il livello di disfunzione autonomica nei vari apparati.

     

    Ecco il questionario COMPASS-31 nella sua interezza:

    Sezione 1: Ortostasi (domande 1-3)

    1. Senti mai una sensazione di testa vuota, stordimento, vertigini o debolezza quando ti alzi rapidamente?

    2. Ti è mai capitato di svenire o di perdere i sensi?

    3. Senti mai nausea o vomito quando ti alzi velocemente?

     

    Sezione 2: Vasomotoria (domande 4-9)

    4. Ti accade di avere mani e piedi freddi?

    5. Senti mai i tuoi piedi caldi senza motivo?

    6. Noti che mani e piedi diventano di colore blu o viola?

    7. Le tue mani e i tuoi piedi sudano meno del normale?

    8. Hai mai avuto episodi di rossore facciale (o vampate di calore)?

    9. Senti mai mani e piedi freddi anche quando l’ambiente è caldo?

     

    Sezione 3: Secretoria (domande 10-14)

    10. Hai mai avuto occhi secchi?

    11. Hai mai avuto bocca secca?

    12. Hai bisogno di bere per inghiottire i cibi secchi?

    13. Noti la pelle secca?

    14. Hai difficoltà a sudare?

     

    Sezione 4: Gastrointestinale (domande 15-23)

    15. Ti capita mai di sentirti pieno subito dopo aver iniziato a mangiare?

    16. Ti capita di avere nausea dopo aver mangiato?

    17. Ti capita di vomitare dopo i pasti?

    18. Hai episodi di gonfiore o fastidio addominale?

    19. Hai episodi di diarrea?

    20. Hai episodi di stitichezza?

    21. Hai mai notato perdite di feci o difficoltà a trattenerle?

    22. Hai episodi di mal di stomaco frequente?

    23. Hai mai avuto reflusso o bruciore di stomaco?

     

    Sezione 5: Pupillare (domande 24-25)

    24. Hai mai avuto episodi in cui la visione è sfocata?

    25. Hai sensibilità alla luce?

     

    Sezione 6: Funzione Genito-urinaria (domande 26-31)

    26. Hai difficoltà a iniziare la minzione?

    27. Hai mai notato difficoltà nel trattenere l’urina?

    28. Hai mai avuto urgenza o necessità improvvisa di urinare?

    29. Hai episodi frequenti di minzione?

    30. Hai mai avuto infezioni delle vie urinarie?

    31. Per le donne: Hai dolore durante il rapporto sessuale? Per gli uomini: Hai difficoltà a mantenere l’erezione?

     

    FONTE: Sletten, J. F., Rahman, B., Sandroni, P., Benarroch, P. C., & Low, P. A. (2012).

    COMPASS 31: a refined and abbreviated Composite Autonomic Symptom Score.

    Mayo Clinic Proceedings, 87(12), 1196-1201.

  • Neuropatia delle piccole fibre: è importante parlarne, ma con informazioni corrette.

    Neuropatia delle piccole fibre: è importante parlarne, ma con informazioni corrette.

     

    Neuropatia delle piccole fibre: è importante parlarne, ma con informazioni corrette.

    In questi giorni stanno circolando online diversi articoli (praticamente identici, ripresi da più testate) che parlano di neuropatia delle piccole fibre (NPF), prendendo spunto dalla testimonianza di una paziente.

    Per quanto sia positivo che finalmente si dia visibilità a questa patologia complessa e ancora troppo poco conosciuta, è nostro dovere – come Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre (AINPF) – correggere alcune informazioni errate, per garantire un’informazione chiara e basata su dati concreti.

     

    1. I LEA del 1992 non c’entrano con il mancato riconoscimento della NPF

    Nell’articolo viene affermato che la NPF non sarebbe riconosciuta dall’INPS perché la biopsia cutanea è stata introdotta in Italia nel 1998, mentre i LEA risalirebbero al 1992.

    Questa informazione è completamente fuorviante:

    I LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) non definiscono l’invalidità, ma stabiliscono le prestazioni sanitarie garantite ai cittadini.

    Il riconoscimento per l’invalidità da parte dell’INPS dipende dalla presenza di una regolamentazione nazionale della patologia: linee guida, PDTA, codifiche ufficiali, e non certo dalla data di introduzione di un esame.

     

    2. Il vero problema è l’assenza di una regolamentazione ufficiale della NPF

    La NPF, ad oggi:

    · non è regolamentata a livello nazionale,

    · non ha linee guida cliniche ufficiali,

    · non è inserita nei PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali),

    · non ha un codice specifico nel sistema sanitario né nei sistemi INPS.

     

    Questo significa che:

    · La maggior parte dei medici non la conosce e non sa diagnosticarla (si stima che meno del 10% dei pazienti arrivi a diagnosi),

    · Non esistono protocolli condivisi, e ogni medico si muove per tentativi,

    · Non c’è uniformità nella diagnosi, nel trattamento o nel riconoscimento dell’invalidità.

     

    3. I PDTA sono il primo passo verso il riconoscimento reale

    Ma cosa sono?

    I PDTA sono documenti ufficiali, adottati dalle Regioni, che definiscono come deve essere diagnosticata, trattata e seguita una determinata patologia nel sistema sanitario. Coinvolgono medici di base, specialisti, ospedali e centri di riferimento.

     

    I PDTA sono fondamentali per:

    · Standardizzare la diagnosi e la gestione (coinvolgendo MMG, specialisti, centri di riferimento),

    · Aprire la strada al riconoscimento nei LEA nazionali,

    · Facilitare il riconoscimento dell’invalidità da parte dell’INPS.

     

    Ma i PDTA non si creano “dall’alto”: vanno costruiti tramite comitati medico-scientifici composti da specialisti competenti e associazioni di pazienti, che collaborano per elaborare linee guida, pubblicazioni, studi e proposte legislative.

    Proprio per questo è nata l’AINPF: anche su consiglio diretto del Ministero, ci stiamo attivando per costruire un Comitato Scientifico solido, organizzare convegni, corsi ECM, tavoli tecnici, raccogliere dati. Ma tutto questo richiede fondi e risorse, perché senza diagnosi certe, medici formati e dati clinici condivisi, nessuna patologia può entrare nei percorsi ufficiali.

     

    4. No, la biopsia cutanea non è nata negli USA

    In alcuni di questi articoli si legge che la biopsia cutanea per la diagnosi della NPF sarebbe stata “scoperta negli Stati Uniti”.

    Falso. Lo sviluppo della tecnica risale agli anni ’90 presso il Karolinska Institute di Stoccolma (Svezia), da parte del gruppo del prof. Johan Lundström e colleghi, che hanno definito i parametri di normalità e standardizzato l’analisi della densità delle fibre intraepidermiche. Solo successivamente la metodica è stata adottata anche negli USA e in Italia (dai ricercatori degli ospedali campani, lombardi e dell’ Emilia-Romagna).

     

    5. “Malattia delle gambe di legno”: un termine inesistente e fuorviante

    In un articolo correlato, un medico intervistato definisce la NPF come “malattia delle gambe di legno”.

    Questa definizione è totalmente inventata.

    Non esiste nella letteratura medica né nei manuali specialistici. L’unica espressione che storicamente si avvicina è la “sindrome dei piedi brucianti” (Grierson-Gopalan), che però rappresenta solo una piccola parte del quadro sintomatologico.

    La neuropatia delle piccole fibre è una patologia complessa, che può coinvolgere sia il sistema sensoriale (dolore bruciante, formicolii, allodinia, parestesie…) sia il sistema autonomico (tachicardia posturale, disautonomia gastrointestinale, disfunzioni urinarie, alterazioni della sudorazione e della pressione arteriosa).

    Ridurla a un problema “alle gambe” è non solo sbagliato, ma dannoso per i pazienti, che rischiano di essere nuovamente invalidati o malinterpretati da medici poco aggiornati.

     

    6. La diagnosi esiste, non è un “tentativo”

    La NPF non è una malattia misteriosa. Esiste un esame diagnostico oggettivo, il gold standard: la biopsia cutanea con conteggio delle fibre nervose intraepidermiche.

    Non si arriva “a tentativi”, come affermato dal medico nell’articolo, ma spesso i medici non pensano nemmeno alla NPF, perché non sono formati a riconoscerla. Il vero problema non è la difficoltà della diagnosi, ma l’ignoranza diffusa intorno alla malattia.

     

    Conclusione

    Ogni giorno riceviamo segnalazioni di pazienti a cui è stata negata una diagnosi o che hanno dovuto aspettare anni per ottenerla.

    Un’informazione imprecisa come quella circolata in questi giorni contribuisce ad aumentare il ritardo diagnostico, lo stigma e il dolore di chi già vive una condizione invisibile e invalidante.

    Parlare di NPF è fondamentale. Ma farlo bene, con dati corretti, lo è ancora di più.

    Senza alcuna polemica, ci permettiamo di suggerire che, in futuro, prima di pubblicare articoli su una patologia così “delicata” , sarebbe utile contattare professionisti e associazioni realmente competenti e attivamente impegnati sul tema.

  • Intervista dott Marco Macucci

     

    Intervista al dottor Marco Macucci

    Il dottor Macucci è Neurologo, PhD in Fisiopatologia delle Funzioni Nervose, Malattie Rare.

    Il ottor Macucci risponde alle domande dei soci di AINPF.

     

     

  • Intervista al dott. Previtera

    Intervista al dott. Previtera

     

     

     

     

    Intervista al dottor Previtera

     

    Il Dott. Vincenzo Provitera, risponde alle nostre domande sulla Neuropatia delle piccole Fibre.

    Il Dottor Vincenzo Provitera, Dirigente Medico dell’ Istituto Maugeri di Telese Terme,risponde alle nostre domande sulla Neuropatia delle piccole Fibre.Ringraziamo nuovamente il Dottore per la disponibilità.

     

    initervista al dottor previtera ainpf

     

     

     

     

     

     

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