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  • Disautonomia nella neuropatia delle piccole fibre: come si fa la diagnosi e perché può coinvolgere molti organi

    Disautonomia nella neuropatia delle piccole fibre: come si fa la diagnosi e perché può coinvolgere molti organi

    Molti pazienti pensano che esista un esame unico per diagnosticare la disautonomia. In realtà il sistema nervoso autonomo controlla molti organi diversi e la diagnosi richiede valutazioni e specialisti differenti.

    Una delle domande che ci fanno più spesso è questa: “Se faccio la biopsia per la neuropatia delle piccole fibre, mi diagnosticano anche la disautonomia?” La domanda è comprensibile, ma nasce da un equivoco molto diffuso.

    La disautonomia non è una singola malattia con un unico esame diagnostico. È un termine generale, spesso definito “termine ombrello”, che indica un malfunzionamento del sistema nervoso autonomo, cioè quella parte del sistema nervoso che regola molte funzioni automatiche del nostro corpo: la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la digestione, la sudorazione, la temperatura corporea, il funzionamento della vescica e molte altre attività che avvengono senza che ce ne accorgiamo.

    Quando si esegue la biopsia cutanea per la NPF (Nostra scheda su come viene effetuata qui: LINK) , nei centri più avanzati non vengono osservate solo le fibre che trasmettono dolore e temperatura, ma anche le fibre autonomiche. In questo modo la biopsia può evidenziare un eventuale coinvolgimento delle fibre autonomiche e quindi documentare la presenza di una neuropatia autonomica nell’ambito della neuropatia delle piccole fibre.

    Questo rappresenta però la base neurologica del problema, non la definizione completa di tutte le possibili manifestazioni della disautonomia. Il sistema nervoso autonomo, infatti, regola funzioni che coinvolgono diversi organi dell’organismo. Per questo motivo i disturbi autonomici non vengono identificati con un unico esame, ma attraverso valutazioni diverse a seconda dei sintomi predominanti.

    Se i sintomi riguardano la regolazione della frequenza cardiaca e della pressione — per esempio tachicardia quando ci si alza in piedi, vertigini o sensazione di svenimento — possono essere eseguiti esami come il tilt test, che permette di studiare condizioni come la POTS (Nostra scheda sulla POTS qui: LINK) o altre forme di intolleranza ortostatica. Se invece i disturbi riguardano l’apparato gastrointestinale, come nausea persistente, digestione molto lenta o sospetta gastroparesi, serve il gastroenterologo e possono essere necessari esami specifici come la scintigrafia gastrica o altri test di motilità. Quando i sintomi coinvolgono la vescica entra in gioco l’urologo, con esami come lo studio urodinamico, mentre in caso di problemi di motilità intestinale o di controllo degli sfinteri possono essere coinvolti gastroenterologi o proctologi.

    Una persona con NPF può presentare contemporaneamente sintomi molto diversi tra loro: tachicardia ortostatica, disturbi digestivi, alterazioni della sudorazione, problemi vescicali o difficoltà nella regolazione della temperatura corporea. Non si tratta di malattie diverse, ma di manifestazioni differenti dello stesso problema neurologico di base. Anche la distribuzione dei sintomi può variare molto da persona a persona, perché le fibre autonomiche controllano funzioni diverse e non vengono necessariamente colpite tutte nello stesso momento.

    Questo è il motivo per cui non esiste una singola diagnosi generica di disautonomia fatta con un solo esame. La biopsia può dimostrare che le fibre autonomiche sono coinvolte e quindi che esiste una neuropatia autonomica, ma poi le diverse manifestazioni cliniche devono essere valutate dagli specialisti degli organi interessati. L’ideale sarebbe avere ambulatori multidisciplinari in cui neurologi, cardiologi, gastroenterologi, urologi e altri specialisti lavorano insieme nello stesso percorso. Purtroppo oggi questo non può succedere, perché la neuropatia delle piccole fibre non è ancora pienamente regolamentata e inserita in percorsi strutturati del sistema sanitario.

    Molti pazienti si trovano costretti a fare quello che potremmo chiamare il “giro degli specialisti”: prima il neurologo che fa la diagnosi di NPF (Nosta panoramica sulla NPF qui: LINK) , spesso tramite biopsia, e poi, a seconda dei sintomi, i vari specialisti che si occupano dei diversi apparati. Ed è proprio qui che si capisce quanto sia importante il ruolo delle associazioni dei pazienti. Quando una malattia non è ancora ben riconosciuta nei percorsi sanitari, quando mancano centri multidisciplinari dedicati e quando c’è ancora molta confusione anche tra i pazienti stessi, il lavoro di informazione e sensibilizzazione diventa fondamentale.

    Spiegare queste cose, fare chiarezza e promuovere la conoscenza della malattia è anche il motivo per cui l’Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre continua a lavorare ogni giorno per migliorare l’informazione, favorire la regolamentazione della malattia e in futuro, la creazione di centri realmente multidisciplinari dedicati alla NPF.

    Le diverse manifestazioni della disautonomia

    Il sistema nervoso autonomo regola tutte le funzioni involontarie dell’organismo: il battito cardiaco, la pressione arteriosa, la digestione, la sudorazione, la temperatura corporea, il funzionamento della vescica e quello degli sfinteri. È una rete estremamente complessa di fibre nervose che lavorano continuamente senza che ce ne accorgiamo, mantenendo l’equilibrio di molte funzioni fondamentali.

    Quando queste fibre non funzionano correttamente, come può accadere nella neuropatia delle piccole fibre (NPF), possono comparire diverse forme di disautonomia.

    È importante capire che non esiste una sola disautonomia. Le manifestazioni possono essere molto diverse tra loro perché dipendono dall’apparato che viene coinvolto dalle alterazioni del sistema nervoso autonomo.

    Disautonomia cardiovascolare

    La disautonomia cardiovascolare è una delle forme più conosciute e studiate. Questo perché il sistema nervoso autonomo ha un ruolo fondamentale nella regolazione della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, soprattutto quando il corpo cambia posizione, ad esempio quando ci si alza in piedi.

    Quando queste fibre non funzionano correttamente, il sistema di regolazione può diventare inefficiente. In molte persone questo si traduce in sintomi come tachicardia quando ci si alza in piedi, vertigini, sensazione di testa leggera o di svenimento, episodi di presincope o sincope e una marcata stanchezza nella posizione eretta. Alcuni pazienti riferiscono anche una grande difficoltà a rimanere in piedi a lungo, con la sensazione che il corpo non riesca a tollerare la stazione eretta.

    In alcuni casi questi disturbi rientrano in condizioni cliniche specifiche, tra cui la POTS (sindrome da tachicardia posturale ortostatica), l’ipotensione ortostatica neurogena o altre forme di intolleranza ortostatica.

    La valutazione viene generalmente effettuata da un cardiologo oppure da un neurologo esperto di disautonomia. Tra gli esami più utilizzati ci sono il tilt test, che permette di studiare la risposta cardiovascolare quando il corpo passa dalla posizione sdraiata a quella eretta, il monitoraggio della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca e altri test autonomici cardiovascolari.

    Disautonomia gastrointestinale

    Il sistema nervoso autonomo svolge un ruolo fondamentale anche nella regolazione della motilità digestiva. Molti movimenti dello stomaco e dell’intestino avvengono infatti in modo automatico grazie all’attività delle fibre nervose autonomiche.

    Quando queste fibre sono alterate, possono comparire diversi disturbi gastrointestinali. Tra i più frequenti ci sono nausea persistente, digestione molto lenta, senso di pienezza precoce dopo i pasti, gonfiore addominale, stipsi severa oppure alternanza tra stipsi e diarrea.

    In alcune persone si sviluppano condizioni più specifiche legate alla disfunzione della motilità digestiva.

    Una di queste è la gastroparesi, una condizione in cui lo stomaco si svuota molto lentamente perché la motilità gastrica è compromessa. Le persone che ne soffrono possono avere nausea, vomito, digestione estremamente lenta e una sensazione di stomaco pieno anche dopo piccoli pasti. L’esame più utilizzato per confermare questa condizione è la scintigrafia gastrica di svuotamento, che permette di misurare quanto tempo impiega lo stomaco a svuotarsi. Lo specialista di riferimento è il gastroenterologo.

    Un’altra condizione più rara ma più severa è la pseudo-ostruzione intestinale cronica (CIPO). In questo caso l’intestino perde gran parte della sua normale motilità e il contenuto intestinale fatica a progredire, simulando una vera ostruzione intestinale pur in assenza di un blocco meccanico. I sintomi possono includere una importante distensione addominale, dolore addominale, stipsi severa e difficoltà nel transito intestinale. La diagnosi richiede generalmente studi della motilità intestinale, esami di imaging addominale e una valutazione specialistica da parte di un gastroenterologo esperto in motilità intestinale.

    Disautonomia della vescica

    Il sistema nervoso autonomo controlla anche il riempimento e lo svuotamento della vescica. Quando questo sistema di regolazione non funziona correttamente può comparire quella che viene definita vescica neurologica.

    Le manifestazioni possono essere molto diverse. Alcune persone hanno difficoltà a svuotare completamente la vescica e sviluppano ritenzione urinaria, mentre altre hanno minzioni molto frequenti, urgenza urinaria o episodi di incontinenza urinaria. In altri casi la vescica può diventare poco sensibile e non dare il normale stimolo alla minzione, oppure può svuotarsi in modo incompleto.

    Lo specialista che si occupa di questi disturbi è generalmente l’urologo. L’esame principale utilizzato per studiare il funzionamento della vescica e degli sfinteri è lo studio urodinamico, che permette di analizzare come la vescica si riempie e si svuota.

    Disfunzioni degli sfinteri e motilità intestinale

    Le fibre autonomiche hanno un ruolo importante anche nel controllo degli sfinteri intestinali e nella coordinazione della motilità del colon. Quando queste fibre sono alterate possono comparire diversi disturbi funzionali.

    Alcuni pazienti sviluppano incontinenza fecale, altri hanno difficoltà a evacuare oppure soffrono di stipsi severa. In alcuni casi si verifica una perdita di coordinazione tra la motilità intestinale e il funzionamento degli sfinteri, con difficoltà nel normale processo di evacuazione.

    In queste situazioni gli specialisti coinvolti sono generalmente gastroenterologi o proctologi. Tra gli esami più utilizzati ci sono la manometria anorettale, che studia la pressione e la funzione degli sfinteri, e altri studi della motilità intestinale.

    Disautonomia sudomotoria (sudorazione) e termoregolatoria

    Il sistema nervoso autonomo controlla anche la sudorazione e contribuisce alla regolazione della temperatura corporea. Questo avviene soprattutto attraverso due meccanismi fondamentali: l’attività delle ghiandole sudoripare e la regolazione del flusso sanguigno della pelle.

    Quando le fibre autonomiche che controllano le ghiandole sudoripare vengono danneggiate, come può accadere nella neuropatia delle piccole fibre, possono comparire diverse alterazioni della sudorazione.

    Alcune persone sviluppano ipoidrosi, cioè una riduzione della sudorazione, oppure anidrosi, una quasi totale assenza di sudore. In altri casi la sudorazione può diventare irregolare oppure eccessiva in alcune zone del corpo.

    Poiché la sudorazione è uno dei principali meccanismi con cui il corpo disperde il calore, queste alterazioni possono rendere più difficile la regolazione della temperatura corporea. Alcuni pazienti sviluppano quindi una marcata intolleranza al caldo, una sensazione di surriscaldamento oppure difficoltà a tollerare ambienti molto caldi.

    Per studiare queste alterazioni esistono test specifici, tra cui il QSART (Quantitative Sudomotor Axon Reflex Test) e il test del sudore termoregolatorio, che vengono generalmente eseguiti in centri neurologici specializzati nello studio della disautonomia.

    Disautonomia pupillare e secchezza oculare

    Il sistema nervoso autonomo controlla anche il diametro della pupilla e il suo adattamento alla luce. Quando queste fibre sono coinvolte possono comparire disturbi visivi legati alla regolazione pupillare.Alcuni pazienti riferiscono difficoltà di adattamento alla luce, sensibilità alla luce (fotofobia) oppure episodi di visione offuscata in determinate condizioni di illuminazione.

    Le fibre autonomiche contribuiscono inoltre alla regolazione della secrezione lacrimale. Quando questo sistema è alterato possono comparire disturbi della superficie oculare, come secchezza oculare, sensazione di sabbia negli occhi, bruciore o irritazione oculare. La valutazione di questi disturbi viene generalmente effettuata dall’oculista, spesso in collaborazione con il neurologo.

    Per orientarsi meglio tra i diversi sintomi e gli specialisti coinvolti, nella tabella seguente sono riassunte le principali manifestazioni della disautonomia e gli esami che possono essere utilizzati per studiarle.

    Apparato coinvolto Possibili sintomi Specialista di riferimento Esami possibili
    Sistema cardiovascolare (POTS, ipotensione ortostatica…) Tachicardia quando ci si alza in piedi, vertigini, presincope, sincope, intolleranza alla stazione eretta, affaticamento, sbalzi pressori, stanchezza cronica Cardiologo / Neurologo esperto di disautonomia Tilt test, monitoraggio pressione e frequenza cardiaca, test autonomici cardiovascolari
    Stomaco (gastroparesi) Digestione molto lenta, nausea, vomito, senso di pienezza precoce, gonfiore Gastroenterologo Scintigrafia gastrica di svuotamento, test di motilità gastrica
    Intestino (disautonomia intestinale) Stipsi severa, diarrea, alternanza stipsi-diarrea, dolore addominale, distensione addominale Gastroenterologo Studi di motilità intestinale, imaging addominale
    CIPO (pseudo-ostruzione intestinale cronica) Grave rallentamento intestinale, distensione addominale, difficoltà nel transito intestinale Gastroenterologo specializzato in motilità Studi di motilità intestinale, imaging
    Vescica neurologica Difficoltà a svuotare la vescica, sensazione di svuotamento incompleto Urologo Studio urodinamico
    Ritenzione urinaria Incapacità di svuotare completamente la vescica Urologo Studio urodinamico, ecografia vescicale
    Incontinenza urinaria Perdita involontaria di urina, urgenza urinaria Urologo Studio urodinamico
    Disfunzioni degli sfinteri intestinali Incontinenza fecale, difficoltà a evacuare, perdita di coordinazione degli sfinteri Gastroenterologo / Proctologo Manometria anorettale
    Sudorazione (disautonomia sudomotoria) Ridotta sudorazione, assenza di sudorazione, sudorazione irregolare, difficoltà a tollerare il caldo Neurologo esperto di disautonomia QSART, test del sudore termoregolatorio
    Termoregolazione Intolleranza al caldo o al freddo, sensazione di surriscaldamento, febbricola Neurologo Test autonomici
    Occhi (disautonomia pupillare) Sensibilità alla luce, difficoltà ad adattarsi alla luce, visione offuscata Oculista / Neurologo Valutazione pupillare,est di Schirmer, BUT (Break-Up Time), colorazioni corneali
    Alterazioni della circolazione periferica / vasomotricità cutanea Mani e piedi molto freddi, alterazioni della circolazione periferica (mani e piedi molto freddi o molto caldi, fenomeno di Raynaud, livedo,eritromelalgia) Neurologo / Angiologo Test autonomici, Capillaroscopia, eco-color-Doppler arterioso, test al freddo, Laser Doppler microcircolatorio

     

    Un sistema complesso che richiede una visione globale

    Il sistema nervoso autonomo è una rete estremamente complessa che collega cervello, midollo spinale e organi periferici. Quando le fibre autonomiche sono coinvolte, come può accadere nella neuropatia delle piccole fibre, le manifestazioni possono interessare apparati molto diversi tra loro. Proprio per questo motivo la diagnosi e la gestione della disautonomia richiedono spesso una valutazione attenta e multidisciplinare, in grado di considerare l’insieme dei sintomi e non solo il singolo disturbo.

    Comprendere questo aspetto è fondamentale sia per i pazienti sia per i medici, perché aiuta a interpretare correttamente sintomi che altrimenti potrebbero sembrare scollegati tra loro.

  • Neurotrofici: Hericium erinaceus e NPF: cosa dice la scienza

    Neurotrofici: Hericium erinaceus e NPF: cosa dice la scienza

    I contenuti di questo articolo sono proprietà dell’Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre (AINPF). È consentita la condivisione solo citando la fonte e inserendo il link originale. È vietata la riproduzione parziale o modificata senza autorizzazione.

    Negli ultimi anni si parla sempre più spesso dell’ Hericium erinaceus, un fungo medicinale conosciuto anche come Lion’s Mane. Molti pazienti con NPF lo utilizzano come supporto e diversi riferiscono un miglioramento soggettivo di alcuni sintomi, ma cosa sappiamo davvero dal punto di vista scientifico?

    L’Hericium erinaceus è un fungo appartenente ai Basidiomiceti (un ampio gruppo di funghi che producono le spore su strutture chiamate basidi e che comprende molte specie “a cappello”). È un organismo saprofita, cioè si nutre di materia organica morta, e cresce prevalentemente su tronchi di latifoglie come quercia, noce, faggio e olmo. Dal punto di vista ecologico è responsabile del cosiddetto marciume bianco, una forma di degradazione del legno che comporta la distruzione della lignina e lascia una struttura fibrosa e chiara.

    È diffuso in Asia, Europa e Nord America. La sua coltivazione controllata è documentata in Cina a partire dal 1988. Nella tradizione medica cinese e giapponese viene utilizzato da secoli, inizialmente soprattutto per il supporto del tratto gastrointestinale. Sono riportati impieghi nelle ulcere gastriche e duodenali e negli stati infiammatori del canale alimentare. Alcune fonti etnobotaniche riferiscono inoltre che popolazioni native nordamericane lo utilizzassero come emostatico topico, cioè per favorire l’arresto del sanguinamento nelle ferite superficiali.

    L’interesse scientifico moderno per l’Hericium non riguarda però principalmente l’apparato digerente, bensì le sue proprietà neurotrofiche, cioè la capacità di influenzare la crescita, la sopravvivenza e il mantenimento delle cellule nervose.

    Il fungo contiene sostanze attive chiamate hericenoni, presenti nel corpo fruttifero (la parte visibile del fungo), ed erinacine, presenti nel micelio (la parte filamentosa che cresce nel substrato). Nel 1991 Kawagishi e collaboratori hanno dimostrato che alcuni hericenoni sono in grado di stimolare la sintesi del NGF (Nerve Growth Factor, fattore di crescita nervoso) in modelli sperimentali, pubblicando i risultati su Tetrahedron Letters.

    L’NGF è una proteina fondamentale per la sopravvivenza dei neuroni sensitivi, per il mantenimento delle piccole fibre nervose e per la crescita dei neuriti, cioè i prolungamenti cellulari che diventeranno assoni e dendriti. Successivamente è stato chiarito che le erinacine prodotte dal micelio possiedono un’attività neurotrofica ancora più marcata. Shimbo e colleghi hanno evidenziato che l’erinacina A aumenta i livelli di NGF e di catecolamine (neurotrasmettitori come noradrenalina e dopamina) nel sistema nervoso centrale di modelli animali, suggerendo un effetto diretto sulla modulazione neurochimica.

    Studi più recenti hanno ulteriormente approfondito il profilo molecolare del fungo. Ryu et al., su Bioorganic & Medicinal Chemistry Letters, hanno isolato nuove molecole con attività neurotrofica, confermandone la capacità di promuovere la crescita neuritica. Parallelamente, lavori pubblicati su International Journal of Medicinal Mushrooms e su Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine hanno dimostrato, in modelli in vitro e animali, un aumento dell’espressione di NGF e una facilitazione della rigenerazione dopo lesione del nervo periferico.

    È importante sottolineare che questi dati sono prevalentemente preclinici, ottenuti in colture cellulari o su modelli animali. Non esistono, allo stato attuale, studi clinici randomizzati di ampie dimensioni specificamente dedicati alla NPF. Tuttavia, il razionale biologico è coerente: l’NGF è un fattore cruciale per la sopravvivenza delle fibre C e Aδ, che sono proprio le fibre coinvolte nella trasmissione del dolore e della temperatura e che risultano compromesse nella NPF. Una sostanza capace di modulare la sintesi di NGF potrebbe teoricamente influenzare i processi di mantenimento e rigenerazione di queste fibre.

    Il meccanismo ipotizzato non si limita alla sola stimolazione dell’NGF. Alcuni studi suggeriscono anche una modulazione delle vie infiammatorie e un possibile attraversamento della barriera ematoencefalica (la struttura che regola il passaggio di sostanze dal sangue al tessuto cerebrale), anche se questo aspetto necessita di ulteriori conferme nell’uomo

    Dal punto di vista della sicurezza, il fungo è generalmente ben tollerato. Gli effetti collaterali riportati sono rari e in genere limitati a lievi disturbi gastrointestinali o a possibili reazioni allergiche in soggetti predisposti.

    Cosa significa per chi ha la NPF?

    È fondamentale distinguere tra effetto neurotrofico ed effetto analgesico. L’Hericium erinaceus non è un antidolorifico diretto. Non agisce bloccando i canali del sodio né modula in modo acuto la trasmissione del dolore come fanno alcuni farmaci utilizzati nella terapia del dolore neuropatico. Il suo eventuale ruolo, qualora confermato clinicamente, sarebbe piuttosto quello di sostenere il trofismo neuronale, cioè il mantenimento strutturale e funzionale delle cellule nervose nel tempo.

    Questo significa che non si tratta di una sostanza con effetto immediato o sintomatico. Non è sufficiente “prendere una pillola” per ottenere un risultato rapido sul dolore. Il beneficio è legato a un processo biologico graduale, che riguarda il supporto e il mantenimento delle fibre nervose nel medio-lungo periodo, e non un’azione analgesica acuta. Per questo motivo eventuali effetti, quando presenti, tendono a essere riferiti dopo settimane di utilizzo e non nelle prime ore o nei primi giorni.

    Diversi pazienti con NPF riferiscono di utilizzare l’Hericium come integratore e alcuni riportano benefici, come una sensazione di maggiore stabilità neurologica, una riduzione dei sintomi somatici o un miglioramento della concentrazione e della chiarezza mentale.

    È importante anche riportare un’osservazione che emerge dall’esperienza di alcuni pazienti, compresa la mia. L’eventuale beneficio non viene percepito come un effetto evidente o immediato. Durante l’assunzione può sembrare quasi che “non stia facendo nulla”, proprio perché il miglioramento, quando presente, è graduale e progressivo.

    Alcuni riferiscono di accorgersi del beneficio soprattutto al momento della sospensione: dopo alcuni giorni dall’interruzione, i sintomi possono ripresentarsi con maggiore intensità rispetto al periodo di assunzione. È proprio in questa fase che si percepisce retrospettivamente una differenza.

    Si tratta naturalmente di osservazioni soggettive, non di dati provenienti da studi clinici controllati. Tuttavia, questo andamento è coerente con un’azione di tipo trofico e modulante, piuttosto che con un effetto analgesico acuto. Se una sostanza agisce sostenendo nel tempo l’equilibrio neuronale, è plausibile che la sua eventuale sospensione possa rendere più evidente il cambiamento.

    Queste testimonianze dovrebbero rappresentare uno stimolo per la ricerca.

    Come Associazione riteniamo corretto riportare sia ciò che emerge dalla letteratura scientifica sia ciò che i pazienti raccontano, mantenendo sempre un approccio prudente, trasparente e scientificamente onesto.

     

    In conclusione

    L’Hericium erinaceus è uno dei funghi medicinali più studiati per le sue proprietà neurotrofiche. Le evidenze disponibili dimostrano in modo coerente la capacità di stimolare la produzione di NGF e di promuovere la crescita neuritica in modelli sperimentali.

    Possiede un razionale biologico solido che giustifica l’interesse scientifico e spiega perché molti pazienti scelgano di utilizzarlo come supporto, sempre con consapevolezza e sotto supervisione medica.

    Gli studi clinici sull’uomo sono ancora pochi e in genere con piccoli campioni o durate di trattamento limitate. I risultati osservati finora sono promettenti soprattutto in contesti di lieve compromissione cognitiva.

     

    Bibliografia

    • Kawagishi H, Ando M, Sakamoto H, et al. (1991). Hericenones C, D and E, stimulators of nerve growth factor (NGF)-synthesis, from the mushroom Hericium erinaceum. Tetrahedron Letters 32(35):4561–4564. DOI: 10.1016/0040-4039(91)80039-9.

    • Shimbo M, Kawagishi H, Yokogoshi H. (2005). Erinacine A increases catecholamine and nerve growth factor content in the central nervous system of rats. Nutritional Neuroscience 8(4):207–213. DOI: 10.1080/10284150500165716.

    • Ryu SH, Hong SM, Khan Z, et al. (2021). Neurotrophic isoindolinones from the fruiting bodies of Hericium erinaceus. Bioorganic & Medicinal Chemistry Letters 31:127714. DOI: 10.1016/j.bmcl.2020.127714.

    • Wong KH, Naidu M, David P, et al. (2012). Neuroregenerative potential of lion’s mane mushroom, Hericium erinaceus, in the treatment of peripheral nerve injury. International Journal of Medicinal Mushrooms 14(5/6) (indicizzato su PubMed).

    • Lai PL, Naidu M, Sabaratnam V, et al. (2013). Neurotrophic properties of the Lion’s Mane medicinal mushroom, Hericium erinaceus (Higher Basidiomycetes) from Malaysia. International Journal of Medicinal Mushrooms 15(6):539–554. DOI: 10.1615/IntJMedMushr.v15.i6.30.

    • Li IC, Lee LY, Tzeng TT, et al. (2018). Neurohealth Properties of Hericium erinaceus Mycelia Enriched with Erinacines. Behavioural Neurology 2018:5802634. DOI: 10.1155/2018/5802634.

    • Mori K, Inatomi S, Ouchi K, Azumi Y, Tuchida T. Improving effects of the mushroom Hericium erinaceus on mild cognitive impairment: a double-blind placebo-controlled clinical trial. Phytotherapy Research. 2009;23(3):367–372.

    • Saitsu Y, Nishide A, Kikushima K, Shimizu K, Ohnuki K. Improvement of cognitive functions by oral intake of Hericium erinaceus. Biomedical Research. 2019;40(4):125-131. DOI: 10.2220/biomedres.40.125.

  • Infografica POTS

    Infografica POTS

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  • Come si valutano gli studi scientifici?

    Come si valutano gli studi scientifici?

    Ogni giorno leggiamo frasi come: “Nuova scoperta sulla NPF”, “Studio promettente”, “Finalmente trovata la cura”, ma fermiamoci un attimo.
    Non tutti gli studi hanno lo stesso peso, non tutte le pubblicazioni dimostrano una terapia efficace, non tutte le novità sono cure.
    La ricerca scientifica segue una gerarchia precisa: si parte dagli studi preclinici in laboratorio, si passa per case report e studi osservazionali, si arriva ai trial randomizzati, alle meta-analisi e infine alle linee guida.
    Saltare questi passaggi significa confondere un’ipotesi con una prova, una correlazione con una causa, un risultato preliminare con uno standard di cura.
    Questo materiale nasce per dare strumenti concreti ai pazienti.
    Per imparare a distinguere:
    -uno studio su cellule da uno studio sull’uomo
    -un’associazione da una dimostrazione causale
    -uno studio pilota da una terapia validata
    Perché informarsi è un diritto, ma capire cosa si sta leggendo è una responsabilità.
    Nella NPF (come in tutte le patologie complesse) la ricerca è fondamentale, ma deve essere interpretata correttamente.
    Solo così possiamo evitare false illusioni, polemiche inutili e promesse che non hanno ancora basi solide.
    Queste immagini ti sarnno utili ogni volta che leggerai di una “nuova scoperta” o di uno “studio promettente”.
    Perché la scienza non si giudica dai titoli, ma dal livello di evidenza.
  • La sindrome della bocca urente e la neuropatia delle piccole fibre – una panoramica

    bocca urente npf

    Questo articolo è stato scritto dai membri del Direttivo dell’AINPF, dedicando tempo ed energie preziose nonostante la malattia, per offrire informazioni corrette e accessibili.
    È vietato copiarlo o condividerlo senza citare chiaramente la fonte.
    Attribuire il giusto merito è un dovere etico, soprattutto quando il lavoro nasce da chi ogni giorno lotta in prima persona con queste condizioni.

    La sindrome della bocca urente e la neuropatia delle piccole fibre – una panoramica

    Nella nostra esperienza clinica e associativa, maturata in oltre dieci anni di contatto diretto con centinaia di pazienti, abbiamo osservato che la sindrome della bocca urente è molto più frequente di quanto comunemente si pensi nel contesto della neuropatia delle piccole fibre (NPF).
    Spesso sottovalutata o attribuita a cause psicologiche, questa manifestazione dolorosa può rappresentare una delle tante espressioni della disfunzione delle fibre nervose di piccolo calibro, e merita attenzione, ascolto e strategie terapeutiche mirate.

    Abbiamo incluso, accanto a ogni affermazione, le fonti scientifiche più rilevanti, per offrire un’informazione verificabile e utile anche per approfondimenti personali o medici.

     

    • Cos’è la sindrome della bocca urente?

    La burning mouth syndrome (BMS) è una condizione cronica caratterizzata da bruciore, pizzicore o dolore a livello della lingua, delle labbra, del palato o di tutta la bocca, senza lesioni visibili o cause locali apparenti. Spesso è accompagnata da secchezza orale, alterazione del gusto e disagio persistente, peggiorato nel corso della giornata. Gurvits GE, Tan A. Burning mouth syndrome. World J Gastroenterol. 2013 .

    In passato veniva considerata una condizione “psicogena”, ma le evidenze degli ultimi anni hanno dimostrato che in molti casi la BMS ha origine neuropatica, legata al danno delle piccole fibre nervose intraepiteliali. Kouri M. et al. “Small Fiber Neuropathy in Burning Mouth Syndrome: A Systematic Review”, International Journal of Molecular Sciences, 2024.

     

    • La bocca urente come manifestazione della neuropatia delle piccole fibre

    La neuropatia delle piccole fibre (NPF) colpisce le fibre C e Aδ, responsabili della trasmissione di stimoli dolorosi e termici, ma anche del controllo autonomico. Studi recenti hanno evidenziato che una quota significativa di pazienti con BMS presenta una ridotta densità delle fibre nervose intraepiteliali nella mucosa linguale, compatibile con NPF.

    Jääskeläinen et al. (2012) descrivono la BMS come un dolore intraorale cronico, grave e disabilitante, in assenza di cause locali o sistemiche, e documentano perdita di fibre C e Aδ nella mucosa linguale, con alterazioni funzionali sensoriali che suggeriscono la necessità di un approccio mirato e multimodale. Questo spiega perché molti pazienti non rispondono alle terapie farmacologiche classiche, come antidepressivi, benzodiazepine o antiepilettici, se non viene affrontata la vera natura neuropatica del disturbo.

    *Jaaskelainen SK. “Pathophysiology of primary burning mouth syndrome.” Clinical Neurophysiology, 2012.

    Perché i farmaci spesso non bastano?
    La BMS neuropatica non risponde sempre ai trattamenti standard, soprattutto se si tratta di una neuropatia localizzata non sistemica, oppure se coesistono altre forme di disfunzione delle piccole fibre (disautonomia, dolori diffusi, ipersensibilità cutanea). *Handa S, Heffernan MR, Tan S, Keith DA, Rosén A, Cheng HT. Correlation Between Orofacial Pain and Sensory and Autonomic Neuropathies. J Pain Res. 2024

    Inoltre, gli studi di biopsia della mucosa linguale hanno mostrato anomalie anche nei recettori del dolore e nella neurotrasmissione (TRPV1, P2X3, NGF), rendendo necessario un approccio mirato e multimodale. *Kouri M, Adamo D, Vardas E, Georgaki M, Canfora F, Mignogna MD, Nikitakis N. Small Fiber Neuropathy in Burning Mouth Syndrome: A Systematic Review. Int J Mol Sci. 2024

     

    • Cosa può aiutare se i farmaci non funzionano?
    1. Eliminare i fattori irritanti locali
      L’alcol, i collutori aggressivi, il dentifricio con SLS (sodio lauril solfato), le bevande acide o molto calde possono peggiorare l’irritazione della mucosa e aumentare la disestesia. Coculescu EC, Tovaru S, Coculescu BI. Epidemiological and etiological aspects of burning mouth syndrome. J Med Life. 2014
    2. Valutare e correggere carenze nutrizionali
      Carenze di vitamina B12, B1, acido folico, ferro e zinco sono state associate a una maggiore incidenza di BMS e NPF. Anche le varianti genetiche che interferiscono con l’assorbimento (es. MTHFR) possono predisporre. Vucićević‑Boras V et al. (2001) – “Lack of association between burning mouth syndrome and hematinic deficiencies” Sun A et al. (2013) – “Significant reduction of serum homocysteine level and oral symptoms after different vitamin‑supplement treatments in patients with burning mouth syndrome” (J Oral Pathol Med, 2013)
    3. Capsaicina topica- utile solo in alcuni casi
      In alcuni casi selezionati, la capsaicina a bassa concentrazione può desensibilizzare i recettori TRPV1, riducendo il dolore nel tempo. Tuttavia, nei pazienti con NPF conclamata o ipersensibilità orale marcata, può peggiorare la sintomatologia ed è spesso mal tollerata. Heir GM et al. (1996) e altri studi documentano l’uso della capsaicina nella BMS: La somministrazione sistemica (capsule allo 0,25 %) ha ridotto il dolore, ma 32% dei pazienti ha avuto disturbi gastrici . I risciacqui orali con capsaicina hanno portato a un miglioramento dei sintomi in oltre il 75% dei pazienti dopo 8 settimane, con minimi effetti collaterali Di conseguenza, è importante valutare caso per caso: nei pazienti con ipersensibilità orale intensificata, la capsaicina può provocare reazioni discomfort o irritative, mentre in altri può avere azione desensibilizzante a lungo termine.” Glob J Otolaryngol 22(5): GJO.MS.ID.556096 (2020) Petruzzi M, Lauritano D, De Benedittis M, Baldoni M, Serpico R. Systemic capsaicin for burning mouth syndrome: short-term results of a pilot study. J Oral Pathol Med. 2004 Gurvits GE, Tan A. Burning mouth syndrome. World J Gastroenterol. 2013
    4. Integratori neuroprotettivi
      Come diciamo sempre, le sostanze neurotrofiche sono importantissime per aiutare le fibre nervose nella NPF, di conseguenza lo sono anche per la sindrome della bocca urente. Alcuni studi suggeriscono l’utilità di acido alfa-lipoico (ALA), acetil-L-carnitina, PQQ, astaxantina e Hericium erinaceus nel supportare la rigenerazione delle piccole fibre. Studi in vivo dimostrano che l’integrazione alimentare con Hericium erinaceus aumenta significativamente l’espressione genica del Nerve Growth Factor -NGF (fattore di crescita nervosa). Un trial clinico randomizzato e controllato in doppio cieco su 60 pazienti con BMS ha mostrato che l’alfa-lipoico 600 mg/die per due mesi migliora significativamente i sintomi rispetto al placebo, e che il miglioramento persiste in oltre il 70 % dei pazienti a un anno. Femiano F, Scully C.”Burning mouth syndrome (BMS): double blind controlled study of alpha‑lipoic acid (thioctic acid) therapy.” J Oral Pathol Med. 2002 May;31 Katayama S et al. – “Nerve Growth Factor–Inducing Activity of Hericium erinaceus in Hippocampus of Mice”, published in Biological & Pharmaceutical Bulletin, 2008.
    5. Cannabis terapeutica
      La cannabis medica (es. estratti contenenti THC e CBD) è stata segnalata in casi clinici come utile nel trattamento del dolore neuropatico orale, con riduzione del bruciore. Epithelial expression of vanilloid and cannabinoid receptors: a potential role in burning mouth syndrome pathogenesis
    6. Laser a basso livello (LLLT)
      La terapia laser a basso livello (Low-Level Laser Therapy, LLLT) è una tecnica indolore che utilizza luce a specifiche lunghezze d’onda per stimolare le cellule nervose e favorire la rigenerazione delle fibre danneggiate. Nei pazienti con BMS di tipo neuropatico, ha mostrato riduzione significativa del dolore, miglioramento della mucosa orale e normalizzazione parziale della funzione nervosa. È una terapia ben tollerata, e può essere una buona opzione soprattutto in chi non risponde ai farmaci. Una revisione del 2023 ha confermato che la LLLT è più efficace della placebo o del clonazepam nel ridurre il bruciore, migliorando la qualità della vita, senza effetti collaterali sistemici. Al-Maweri SA, Javed F, Kalakonda B, AlAizari NA, Al-Soneidar W, Al-Akwa A. Efficacy of low level laser therapy in the treatment of burning mouth syndrome: A systematic review. Photodiagnosis Photodyn Ther. 2017 Lu, C., Yang, C., Li, X. et al. Effects of low-level laser therapy on burning pain and quality of life in patients with burning mouth syndrome: a systematic review and meta-analysis. BMC Oral Health 23, 734 (2023)
    7. Supporto psicologico
      Anche se la BMS non è causata da problemi psichiatrici, il dolore cronico ha impatto emotivo, e il supporto psicologico può aiutare nella gestione del sintomo e nell’accettazione della diagnosi, così come accade in tutte le patologie che causano dolore cronico. In uno studio caso‑controllo su 30 pazienti con BMS, de Souza et al. (2012) hanno evidenziato una prevalenza significativamente più alta di disturbo depressivo maggiore, ansia generalizzata, ipocondria e cancerofobia, accompagnata da punteggi più elevati su scale di depressione (HRSD, BDI), ansia (STAI) e fatica (DUFS) rispetto ai controlli. *Rodriguez de Rivera Campillo ME et al. ““Psychometric Assessment of Clinical Factors in Burning Mouth Syndrome”,2014 *de Souza FTA, Teixeira AL, Amaral TMP, et al. “Psychiatric disorders in burning mouth syndrome.” Journal of Psychosomatic Research, 2012
    8. Valutazione specialistica per NPF
      Ovviamente in pazienti con BMS resistente e altri sintomi compatibili (intolleranza al caldo, disturbi autonomici, dolori diffusi), è raccomandata la biopsia cutanea con conta delle fibre nervose per confermare o escludere una NPF. *Lauria G et al. “European Federation of Neurological Societies/Peripheral Nerve Society guideline on the use of skin biopsy in the diagnosis of small fiber neuropathy.” European Journal of Neurology, 2010.

     

    • Conclusione

    La sindrome della bocca urente non è una condizione immaginaria né un disturbo psicosomatico da sminuire. Al contrario, le più recenti evidenze scientifiche confermano che in molti casi si tratta di un dolore neuropatico cronico, spesso legato a una neuropatia delle piccole fibre, con alterazioni reali nella struttura e nella funzione dei nervi sensoriali orali.

    Nonostante questo, molti pazienti ricevono diagnosi generiche o fuorvianti: è ancora comune che la bocca urente venga attribuita a un presunto “stato ansioso” o etichettata come manifestazione della fibromialgia, senza approfondire la reale causa del sintomo.
    In realtà, oggi sappiamo che una parte consistente di ciò che per anni è stato diagnosticato come “fibromialgia” potrebbe essere una neuropatia delle piccole fibre non riconosciuta, anche nei casi in cui non si manifesta con i sintomi classici della NPF periferica.

    Riconoscere il legame tra BMS e neuropatia significa rompere uno schema diagnostico vecchio e stigmatizzante, e aprire la strada a trattamenti mirati, più efficaci e basati su dati oggettivi.
    Non tutti risponderanno ai farmaci convenzionali, ma esistono strategie integrative e personalizzate, fondate sull’evidenza, che possono ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita.

    La bocca urente non è un sintomo da minimizzare, né da etichettare con superficialità: è una possibile manifestazione di una condizione neurologica seria e reale. Riconoscerla per quello che è, significa ridare dignità, ascolto e soluzioni concrete a chi soffre da troppo tempo in silenzio.

    AINPF

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