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  • Neuropatia delle Piccole Fibre, disautonomia e invalidità: cosa sapere

    Neuropatia delle Piccole Fibre, disautonomia e invalidità: cosa sapere

    Nota per i soci AINPF

    Per i soci dell’Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre (AINPF) è disponibile anche il supporto di un avvocato con esperienza nelle pratiche di invalidità civile e nelle problematiche medico-legali. Il servizio è pensato per fornire orientamento e chiarimenti nei casi più complessi, aiutando i pazienti a comprendere meglio il percorso di tutela dei propri diritti.


    Nella nostra community leggiamo quasi quotidianamente domande di persone che chiedono se sia possibile intraprendere l’iter per il riconoscimento dell’invalidità civile in presenza di neuropatia delle piccole fibre (NPF), considerando che si tratta di una condizione che, ad oggi, non è regolamentata da una specifica tabella di invalidità nello Stato italiano.

    Cerchiamo quindi di fare chiarezza.

    La (poli)neuropatia delle piccole fibre (NPF) è una condizione neurologica che interessa le fibre nervose di piccolo calibro e può causare una varietà di sintomi in grado di influenzare in modo significativo la vita quotidiana dei pazienti.

     

    Tabellario INPS

    Spesso si sente dire che la neuropatia delle piccole fibre non potrebbe portare a percentuali di invalidità significative perché non è presente in una specifica tabella di invalidità dell’INPS.

    Questa affermazione è fuorviante.

    Le tabelle di invalidità civile rappresentano uno strumento orientativo utilizzato dalle commissioni medico-legali per alcune patologie, ma non esauriscono tutte le condizioni mediche esistenti. Esistono molte malattie che non sono espressamente elencate nelle tabelle ma che possono comunque essere valutate dalle commissioni medico-legali.

    Quando una patologia non è tabellata, la commissione procede generalmente per valutazione analogica, cioè stimando la riduzione della capacità lavorativa e dell’autonomia della persona sulla base dei sintomi e delle limitazioni funzionali presenti.

    Per questo motivo anche patologie non espressamente presenti nel tabellario possono essere riconosciute come fortemente invalidanti, se comportano limitazioni funzionali rilevanti.

    Per questo motivo persone con la stessa diagnosi di NPF possono ricevere valutazioni molto diverse tra loro, a seconda della gravità dei sintomi e delle limitazioni funzionali presenti.

    In particolare, i sintomi causati dalla patologia devono comportare limitazioni concrete nella vita quotidiana e nella capacità lavorativa.

     

    L’impatto dei sintomi

    La NPF può manifestarsi in modi molto diversi da persona a persona e l’intensità dei sintomi può variare da forme lievi a forme più gravi.

    Tra i sintomi più comuni vi sono manifestazioni sensitive come:

    • dolore neuropatico
    • bruciore
    • intorpidimento
    • parestesie

    Questi sintomi possono essere localizzati alle estremità oppure diffusi a tutto il corpo.

    Sebbene possano risultare estremamente fastidiosi e incidere sulla qualità della vita, le commissioni medico-legali tendono a considerare più invalidanti i sintomi che compromettono le funzioni autonome dell’organismo, come ad esempio:

    • alterazioni della pressione arteriosa
    • tachicardia e disturbi del ritmo cardiaco
    • disturbi gastrointestinali e della peristalsi
    • problemi di minzione
    • altre manifestazioni della disautonomia

    Possono inoltre incidere significativamente sulla valutazione anche eventuali disturbi motori oggettivi (provocati da patologie associate) che rendano necessario l’uso di ausili per la deambulazione.

    Per fare un esempio, in condizioni come la POTS severa o l’ipotensione ortostatica, alcune persone possono essere impossibilitate a rimanere in piedi per più di pochi minuti, con episodi di presincope o vere e proprie sincopi (svenimenti). In questi casi possono comparire anche disturbi della propriocezione e dell’equilibrio, con possibili rischi per sé stessi o per gli altri nello svolgimento di determinate attività lavorative.

    È quindi importante sottolineare che non è la diagnosi di NPF in sé a determinare il punteggio di invalidità, ma piuttosto l’impatto concreto dei sintomi sulla vita quotidiana e sull’autonomia della persona.

    Per questo motivo, quando si decide di intraprendere l’iter per la richiesta di invalidità, è fondamentale documentare in modo accurato come i sintomi influenzino le attività quotidiane.

     

    I passi da seguire

    1. Ottenere una diagnosi ufficiale di NPF

    È fondamentale disporre di una diagnosi accurata. Attualmente la biopsia cutanea rappresenta l’esame diagnostico di riferimento. Non esistono analisi del sangue in grado di diagnosticare la NPF.

    Esami come la microscopia confocale corneale o il QSART possono essere utilizzati come strumenti complementari, ma non sostituiscono la biopsia.

     

    1. Raccogliere la documentazione clinica – Attenzione: la sola biopsia non basta

    Molti pazienti pensano che portare il referto della biopsia cutanea sia sufficiente per ottenere il riconoscimento dell’invalidità. In realtà non è così. La biopsia serve a dimostrare la presenza della neuropatia delle piccole fibre, ma non descrive quanto la malattia limiti concretamente la vita della persona.

    Le commissioni medico-legali valutano infatti soprattutto le limitazioni funzionali, cioè quanto i sintomi incidano sull’autonomia quotidiana e sulla capacità lavorativa.

    Per questo motivo è fondamentale che la documentazione clinica includa anche:

    • relazioni neurologiche dettagliate
    • descrizione dei sintomi e della loro gravità
    • indicazione delle limitazioni nella vita quotidiana
    • eventuali referti di altri specialisti

    Una relazione clinica ben strutturata aiuta la commissione a comprendere l’impatto reale della malattia, che spesso non emerge semplicemente da un referto diagnostico.

    È fondamentale raccogliere una documentazione clinica il più possibile completa, che non si limiti alla sola diagnosi ma descriva in modo chiaro l’impatto dei sintomi sulla vita quotidiana.

    In particolare, è molto importante che nella relazione neurologica vengano esplicitate le limitazioni funzionali eventualmente presenti, ovvero le difficoltà concrete che la persona incontra nello svolgimento delle normali attività della vita quotidiana. La commissione medico-legale, infatti, non valuta soltanto la presenza della patologia, ma soprattutto quanto questa condizione riduca l’autonomia personale e la capacità lavorativa.


    Per questo motivo è utile che il neurologo specifichi, quando presenti, elementi come:

    • difficoltà a rimanere in piedi per periodi prolungati a causa di disautonomia, POTS o ipotensione ortostatica, con sensazione di instabilità, vertigini o necessità di sedersi frequentemente
    • episodi di presincope o sincope (svenimenti) legati alle variazioni della pressione arteriosa o della frequenza cardiaca
    • affaticamento marcato, stanchezza cronica e intolleranza allo sforzo che rendono difficoltose anche attività quotidiane relativamente semplici
    • dolore neuropatico persistente (bruciore, scosse, punture, iperalgesia) che limita le normali attività quotidiane e la qualità del sonno
    • disturbi della sensibilità o della propriocezione che possono compromettere equilibrio, coordinazione e sicurezza nei movimenti
    • sbalzi pressori e tachicardia ortostatica che possono rendere difficile mantenere la posizione eretta o svolgere attività lavorative prolungate
    • problemi di termoregolazione, come intolleranza al caldo o al freddo, sudorazione alterata o difficoltà nel mantenere una temperatura corporea stabile
    • disturbi gastrointestinali legati alla disautonomia, come gastroparesi, rallentamento della motilità intestinale o pseudo-ostruzione intestinale cronica (CIPO)
    • disturbi urinari, tra cui difficoltà nella minzione, svuotamento incompleto della vescica o incontinenza
    • alterazioni della funzione intestinale, con difficoltà nella defecazione, stipsi severa o incontinenza fecale

    La descrizione di questi aspetti aiuta la commissione medico-legale a comprendere l’effettiva compromissione funzionale causata dalla malattia, che spesso non emerge semplicemente dalla diagnosi.

    In alcuni casi può essere utile integrare la documentazione anche con relazioni di altri specialisti, ad esempio del fisiatra qualora siano presenti problematiche motorie o difficoltà nella deambulazione.

    Nel riconoscimento dell’invalidità civile non viene valutata la malattia in astratto, ma la persona e le sue limitazioni funzionali. Questo significa che due persone con la stessa diagnosi possono ricevere valutazioni diverse, in base alla gravità dei sintomi e alle limitazioni che questi comportano nella vita quotidiana.

    Spesso le limitazioni causate dalla NPF non sono immediatamente visibili dall’esterno, ma possono incidere profondamente sull’autonomia e sulla capacità di svolgere le attività quotidiane.

     

    1. Presentare la domanda di invalidità

    La richiesta di invalidità deve essere presentata all’INPS tramite un certificato medico introduttivo che può essere compilato:

    • dal medico di medicina generale
    • da un medico di associazioni di tutela (ad esempio ANMIC)
    • tramite patronati o CAF

    Una volta inviata la domanda online sul sito dell’INPS, il richiedente verrà convocato per una visita presso la commissione medico-legale, che valuterà la documentazione e le condizioni cliniche per emettere il verbale finale.

     

    In conclusione

    La neuropatia delle piccole fibre è una condizione complessa e molto variabile da persona a persona.

    La possibilità di ottenere il riconoscimento dell’invalidità civile non dipende semplicemente dalla diagnosi, ma dall’effettivo impatto che i sintomi hanno sulla vita quotidiana, sull’autonomia personale e sulla capacità lavorativa.

    Quando le limitazioni sono significative, è quindi importante valutare la possibilità di avviare l’iter per il riconoscimento dell’invalidità, raccogliendo una documentazione clinica adeguata e rivolgendosi agli specialisti competenti.

    L’assenza della NPF nelle tabelle di invalidità non significa che la patologia non possa essere riconosciuta come invalidante. Le commissioni medico-legali valutano infatti la riduzione della capacità lavorativa e dell’autonomia della persona, indipendentemente dal fatto che la malattia sia o meno tabellata.


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  • Perché la microscopia confocale corneale non può sostituire la biopsia cutanea nella diagnosi di NPF

    Perché la microscopia confocale corneale non può sostituire la biopsia cutanea nella diagnosi di NPF

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    Molti utenti ci hanno scritto ponendo sempre la stessa domanda: la microscopia confocale corneale è un esame diagnostico per la NPF? Si può fare al posto della biopsia cutanea? Cerchiamo di fare chiarezza.

    Negli ultimi anni la microscopia confocale corneale ha suscitato un interesse crescente nel campo delle neuropatie periferiche. Si tratta di una metodica affascinante: non invasiva, ripetibile, capace di visualizzare in vivo il plesso sub-basale della cornea (una fitta rete di piccole fibre nervose sensoriali situata appena sotto lo strato più superficiale della cornea) con una risoluzione micrometrica (una definizione così elevata da permettere di osservare strutture grandi solo pochi micron, dimensioni paragonabili a quelle di una cellula).

    In un’epoca in cui la medicina tende giustamente a privilegiare procedure meno invasive, è del tutto comprensibile che molti pazienti si chiedano perché non possa sostituire la biopsia cutanea nella diagnosi di NPF.

    Per rispondere in modo rigoroso bisogna però chiarire un punto preliminare:

    Cosa intendiamo, esattamente, per diagnosi di NPF.

    La NPF non è semplicemente la dimostrazione che alcune fibre sottili sono ridotte in un distretto qualsiasi. È una neuropatia periferica sistemica che può essere lunghezza-dipendente (cioè iniziare dalle parti più distali del corpo, come piedi e mani, e risalire progressivamente verso l’alto) oppure non lunghezza-dipendente (quando il coinvolgimento non segue il classico schema “a calza e guanto” e può interessare anche tronco o volto fin dall’inizio); può essere prevalentemente sensitiva (con sintomi come dolore urente, alterazioni della sensibilità termica o parestesie) oppure avere una componente autonomica rilevante (quando sono coinvolte le fibre che regolano funzioni automatiche come pressione arteriosa, frequenza cardiaca, sudorazione o motilità intestinale); può essere focale (limitata a un’area specifica), diffusa (distribuita in modo più ampio), stabilizzata (quando il danno non progredisce nel tempo) oppure progressiva (quando la perdita di fibre e i sintomi aumentano gradualmente).

    La diagnosi, secondo le linee guida della European Federation of Neurological Societies e della Peripheral Nerve Society, si fonda sull’integrazione tra clinica, test funzionali e dimostrazione morfologica di riduzione della densità delle fibre intraepidermiche (IENFD) mediante biopsia cutanea, eseguita secondo protocolli standardizzati e confrontata con valori normativi validati per età e sesso.

    La biopsia non è gold standard per tradizione, ma perché consente una quantificazione sistematica, riproducibile e comparabile tra laboratori.

    La microscopia confocale corneale, pur offrendo parametri quantitativi (densità, lunghezza totale delle fibre, tortuosità), osserva esclusivamente il plesso sub-basale corneale. Questo comporta limiti che non sono soltanto metodologici, ma anatomici e fisiopatologici.

    Sezione trasversale della cornea con evidenziazione del plesso nervoso sub-basale.
    Le fibre nervose entrano radialmente nello stroma corneale, perdono la mielina e formano un plesso stromale anteriore. Da questo origina il plesso sub-basale, una sottile rete di fibre amieliniche localizzata tra la membrana di Bowman e lo strato basale dell’epitelio. Dal plesso sub-basale si dipartono terminazioni intraepiteliali che raggiungono gli strati superficiali dell’epitelio corneale. La microscopia confocale corneale consente di visualizzare principalmente questa rete sub-basale, che rappresenta fibre sensoriali trigeminali, ma non permette di valutare la distribuzione sistemica della neuropatia né il coinvolgimento autonomico periferico.

     

    Innanzitutto, la cornea è un distretto craniale innervato da fibre sensoriali del trigemino. Non è un distretto lunghezza-dipendente. Nelle forme classiche di NPF sistemica, soprattutto metaboliche o tossiche, la degenerazione è spesso lunghezza-dipendente: inizia distalmente (piedi) e progredisce in senso prossimale. Questo gradiente distale-prossimale è un elemento fisiopatologico centrale. La biopsia cutanea, eseguita tipicamente a livello della gamba distale e, se necessario, confrontata con una sede prossimale, permette di documentare questo pattern. La cornea, per definizione, non può fornire alcuna informazione sulla distribuzione lungo l’asse periferico.

    In secondo luogo, la NPF può coinvolgere fibre C amieliniche e fibre Aδ sottilmente mielinizzate con funzioni diverse: nocicettive (responsabili della trasmissione del dolore), termiche (che permettono di percepire caldo e freddo), sudomotorie (che regolano la sudorazione), vasomotorie (che controllano la dilatazione e la costrizione dei vasi sanguigni, influenzando colore della pelle e regolazione della pressione) e pilomotorie (che attivano la contrazione dei muscoli piloerettori, cioè il fenomeno della “pelle d’oca”).

    Una quota rilevante di pazienti presenta una componente autonomica clinicamente significativa: instabilità pressoria, tachicardia ortostatica, alterazioni della sudorazione, disturbi gastrointestinali, disregolazione termica. La microscopia corneale visualizza fibre sensoriali. Non consente di valutare direttamente le fibre autonomiche sistemiche né di distinguere una forma puramente sensitiva da una con marcato coinvolgimento autonomico.

    La biopsia cutanea, invece, oltre alla quantificazione delle fibre intraepidermiche sensoriali, può essere integrata con lo studio delle fibre autonomiche cutanee, ad esempio attorno alle ghiandole sudoripare o ai vasi dermici, e interpretata insieme ai test funzionali autonomici. Questo consente una lettura sistemica del danno.

    Sezione trasversale della cute con evidenziazione delle fibre nervose di piccolo calibro (sottili).
    Dal plesso nervoso dermico superficiale, localizzato nel derma papillare, originano le fibre amieliniche che attraversano la membrana basale ed entrano nell’epidermide come fibre intraepidermiche. Queste terminazioni sensoriali (principalmente fibre C e Aδ) sono quelle che vengono quantificate nella biopsia cutanea mediante immunocolorazione (es. PGP 9.5) per la determinazione della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENFD). Nel derma sono inoltre presenti fibre autonome che innervano follicoli piliferi (plesso perifollicolare) e ghiandole sudoripare eccrine (fibre sudomotorie), rilevanti nelle forme di NPF con coinvolgimento autonomico.

     

    C’è poi un ulteriore aspetto: la specificità.

    Le alterazioni delle fibre corneali non sono patognomoniche (cioè non sono specifiche in modo esclusivo) della NPF sistemica. Possono comparire in molte condizioni. È vero che alcune di queste condizioni possono a loro volta essere associate a NPF; ma la microscopia confocale non distingue se la riduzione osservata rappresenti una neuropatia periferica generalizzata o un’alterazione locale del plesso corneale. La cornea ha un microambiente immunologico e strutturale peculiare, e le modificazioni del suo plesso nervoso non sono automaticamente sovrapponibili a una degenerazione sistemica.

    Ad esempio, alterazioni delle fibre corneali sono state descritte:

    • nel diabete e nel prediabete, anche in fase molto precoce, talvolta prima che vi sia documentazione di neuropatia sistemica clinicamente evidente;

    • dopo chirurgia refrattiva (LASIK e procedure analoghe), dove il danno è locale e iatrogeno;

    • Cheratiti infettive (es. erpetica), dove il danno è locale e infiammatorio.

    • Malattie infiammatorie della superficie oculare (blefarite severa, meibomite).

    • nell’uso prolungato di lenti a contatto;

    • nel normale invecchiamento, con riduzione progressiva della densità delle fibre;

    • in neuropatie craniche localizzate o condizioni che coinvolgono selettivamente il trigemino.

    • Traumi corneali o microtraumi cronici.

    • Uso di farmaci topici cronici sulla superficie oculare.

    La microscopia confocale documenta un’alterazione morfologica del plesso trigeminale corneale. Non distingue se il danno sia locale, craniale, metabolico, infiammatorio o parte di una neuropatia sistemica lunghezza-dipendente.

     

    Infine, la gravità della NPF non è solo un numero. Non è soltanto “più o meno fibre”. È definizione del pattern di distribuzione (cioè di come il danno si distribuisce nel corpo: distale, prossimale, diffuso o focale), dell’entità della perdita (quanto è marcata la riduzione delle fibre), della correlazione con il quadro clinico (quanto i dati morfologici sono coerenti con i sintomi e i segni del paziente) e dell’integrazione con la fisiopatologia sottostante (cioè con il meccanismo biologico che ha causato la neuropatia, ad esempio metabolico, autoimmune, tossico o genetico). Un biomarcatore locale può indicare che esiste un danno, ma non definisce la natura sistemica della neuropatia.

    Per questo motivo il limite della microscopia confocale corneale non è soltanto legato al fatto che “non è ancora nei criteri ufficiali”. È un limite strutturale: osserva un distretto singolo, craniale, sensitivo. La NPF è una neuropatia periferica sistemica che può avere distribuzione e coinvolgimento funzionale complessi.

    La questione, quindi, non è biopsia invasiva contro esame non invasivo. È cosa vogliamo realmente dimostrare. Se l’obiettivo è documentare un’alterazione del plesso corneale, la CCM è uno strumento eccellente. Se l’obiettivo è caratterizzare una neuropatia periferica sistemica nella sua distribuzione, nel suo pattern lunghezza-dipendente o meno, nel suo eventuale coinvolgimento autonomico e nella sua integrazione clinico-funzionale, la microscopia corneale non può sostituire l’approccio attualmente validato.

    La NPF è una neuropatia sistemica. La cornea è un distretto altamente informativo, ma resta un distretto, ed è in questa distinzione che risiede la differenza sostanziale.

     

    Bibliografia

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  • Come si valutano gli studi scientifici?

    Come si valutano gli studi scientifici?

    Ogni giorno leggiamo frasi come: “Nuova scoperta sulla NPF”, “Studio promettente”, “Finalmente trovata la cura”, ma fermiamoci un attimo.
    Non tutti gli studi hanno lo stesso peso, non tutte le pubblicazioni dimostrano una terapia efficace, non tutte le novità sono cure.
    La ricerca scientifica segue una gerarchia precisa: si parte dagli studi preclinici in laboratorio, si passa per case report e studi osservazionali, si arriva ai trial randomizzati, alle meta-analisi e infine alle linee guida.
    Saltare questi passaggi significa confondere un’ipotesi con una prova, una correlazione con una causa, un risultato preliminare con uno standard di cura.
    Questo materiale nasce per dare strumenti concreti ai pazienti.
    Per imparare a distinguere:
    -uno studio su cellule da uno studio sull’uomo
    -un’associazione da una dimostrazione causale
    -uno studio pilota da una terapia validata
    Perché informarsi è un diritto, ma capire cosa si sta leggendo è una responsabilità.
    Nella NPF (come in tutte le patologie complesse) la ricerca è fondamentale, ma deve essere interpretata correttamente.
    Solo così possiamo evitare false illusioni, polemiche inutili e promesse che non hanno ancora basi solide.
    Queste immagini ti sarnno utili ogni volta che leggerai di una “nuova scoperta” o di uno “studio promettente”.
    Perché la scienza non si giudica dai titoli, ma dal livello di evidenza.
  • Neuropatia delle piccole fibre (NPF) nella condizione post-COVID e nell’Encefalomielite Mialgica/Sindrome da Fatica Cronica (ME/CFS): significato clinico e sfide diagnostiche

    Fonte: European Journal of Neurology, 2025;32:e70016. Autori: Azcue N. et al.

    Introduzione

    La condizione post-COVID (PCC) e la sindrome da encefalomielite mialgica/fatica cronica (ME/CFS) sono entrambe caratterizzate da sintomi debilitanti come affaticamento grave, deficit cognitivi, dolori muscolari e articolari, sonno non ristoratore, cefalea e tachicardia. Molti pazienti mostrano inoltre disturbi autonomici e neuropatici, come intolleranza ortostatica, parestesie e dolori agli arti, che suggeriscono un coinvolgimento del sistema nervoso periferico. Poiché circa il 70–90% del sistema nervoso periferico è costituito da fibre poco o per nulla mielinizzate (Aδ e C), la loro disfunzione o danno può tradursi in una neuropatia delle piccole fibre (NPF). Questa neuropatia può manifestarsi in forma sensitiva, autonoma o mista, con sintomi che vanno dalle bruciature e formicolii al dolore, fino a disturbi viscerali e cardiovascolari.

    Per studiare questo legame, gli autori hanno analizzato la presenza di NPF in pazienti con PCC e ME/CFS, comparandoli con controlli sani, utilizzando un approccio multimodale che includeva test funzionali e di imaging delle piccole fibre.

    Metodi

    Sono stati arruolati 90 partecipanti: 30 con PCC, 30 con ME/CFS e 30 controlli sani, tutti appaiati per età e sesso. Nei pazienti ME/CFS la diagnosi seguiva i criteri di Fukuda, mentre per i post-COVID si adottavano le linee guida NICE, includendo solo sintomi persistenti oltre 12 settimane dall’infezione.

    Ogni partecipante è stato sottoposto a un’ampia batteria di test. La funzione sudomotoria è stata valutata con il Sudoscan, che misura la conduttanza elettrochimica cutanea. La sensibilità termica è stata indagata con test quantitativi (QST) e con potenziali evocati da stimoli di caldo e freddo (CHEPs e CEPs). Inoltre, la microscopia confocale corneale in vivo (IVCCM) ha permesso di analizzare la morfologia delle fibre nervose corneali, con particolare attenzione a densità, lunghezza e tortuosità. Il sistema nervoso autonomo è stato esaminato attraverso la pupillometria e tramite test emodinamici, inclusi respirazione profonda, manovra di Valsalva e tilt test. Infine, i pazienti hanno compilato questionari validati per sintomi autonomici, neuropatici e per la fatica.

    Risultati

    Sia i pazienti con PCC che quelli con ME/CFS hanno riportato livelli molto più elevati di sintomi autonomici e neuropatici, così come di fatica, rispetto ai controlli sani. Non vi erano differenze significative tra i due gruppi di pazienti, confermando una sostanziale sovrapposizione clinica.

    Dal punto di vista sensoriale, i pazienti post-COVID hanno mostrato soglie peggiori nella rilevazione del calore, mentre quelli con ME/CFS presentavano risposte ridotte nei potenziali evocati da stimoli termici.

    Le immagini ottenute con IVCCM non hanno evidenziato riduzioni nette nella densità o nella lunghezza delle fibre nervose corneali rispetto ai controlli. Tuttavia, è emersa una differenza significativa nella tortuosità delle fibre, che risultava aumentata sia nei PCC sia nei ME/CFS. Questo parametro si è rivelato il più sensibile per distinguere i pazienti dai controlli sani.

    Per quanto riguarda la funzione autonomica, la pupillometria e gli altri test non hanno mostrato differenze sostanziali tra i gruppi. L’unica eccezione è stata il tilt test, che ha evidenziato criteri compatibili con la sindrome da tachicardia posturale ortostatica (POTS) in circa il 30% dei pazienti con ME/CFS, mentre nessun caso è stato rilevato tra i post-COVID e i controlli.

    Le analisi di correlazione hanno mostrato che nei pazienti post-COVID un numero maggiore di sintomi neuropatici si associava a maggiore fatica e a più sintomi autonomici. Nei ME/CFS, invece, sintomi neuropatici più intensi erano correlati a maggiori disturbi autonomici, livelli più elevati di fatica e durata più lunga della malattia.

    Discussione

    Lo studio suggerisce che nei pazienti con PCC e ME/CFS esistono segni di neuropatia delle piccole fibre, seppure non nei termini classici della forma “lunghezza-dipendente” tipica del diabete. In queste condizioni, la neuropatia sembra avere una distribuzione più “patchy”, cioè a chiazze e non uniforme, probabilmente legata a processi infiammatori o immuno-mediati piuttosto che degenerativi.

    L’assenza di differenze chiare nei parametri convenzionali di densità e lunghezza delle fibre non esclude la presenza di NPF, poiché la tortuosità delle fibre si è dimostrata un indicatore più precoce e sensibile. Questo dato rafforza la necessità di un approccio multimodale, che includa IVCCM, QST, CHEPs, Sudoscan e soprattutto la biopsia cutanea, ancora considerata il riferimento diagnostico principale.

    Un aspetto importante emerso è la forte somiglianza tra PCC e ME/CFS: entrambi i gruppi mostrano lo stesso profilo clinico, con livelli elevati di fatica, sintomi neuropatici e autonomici, e con segni obiettivi di disfunzione delle piccole fibre. Ciò suggerisce una possibile base biologica comune tra le due sindromi.

    Conclusioni

    Lo studio conclude che i pazienti con PCC e ME/CFS presentano una neuropatia delle piccole fibre sensitiva, documentata da alterazioni nella percezione del calore e da una maggiore tortuosità delle fibre corneali. La semplice valutazione della densità delle fibre non è sufficiente a individuare questi quadri, che richiedono invece un approccio diagnostico complesso e multimodale.

    Questi risultati sostengono l’idea che sia la condizione post-COVID sia la sindrome da fatica cronica abbiano una componente organica ben precisa, radicata nella disfunzione delle piccole fibre e del sistema nervoso autonomo, e non possano essere ridotte a disturbi “misteriosi” o psicologici.

    Riassunto sintetico:

    Questo studio ha confrontato 30 pazienti con post-COVID, 30 con ME/CFS e 30 controlli sani, valutando i segni di neuropatia delle piccole fibre.

    • I pazienti post-COVID e ME/CFS presentano sintomi clinici quasi identici: fatica estrema, disautonomia e dolore neuropatico.
    • I test hanno mostrato alterazioni sensoriali (ridotta percezione del calore) e maggiore tortuosità delle piccole fibre corneali, indicatore precoce di NPF.
    • Nei ME/CFS il 30% aveva anche POTS.
    • La NPF in questi pazienti non segue il modello classico (lunghezza-dipendente), ma appare a distribuzione “patchy”, suggerendo un’origine infiammatoria/autoimmune più che degenerativa.

    Conclusione: sia il Long COVID sia la ME/CFS condividono una base comune di neuropatia delle piccole fibre e disfunzione autonomica, che spiega i sintomi cronici e invalidanti.

     

    Nota critica di AINPF

    Questo studio conferma che pazienti con post-COVID e con ME/CFS presentano sintomi e alterazioni compatibili con neuropatia delle piccole fibre (NPF) e disautonomia.
    Tuttavia, ci sono importanti limiti da sottolineare:

    • Mancanza della biopsia cutanea – Nonostante la biopsia sia il gold standard diagnostico per la NPF, non è stata eseguita. Se lo fosse stata, molto probabilmente avrebbe evidenziato una percentuale elevata di pazienti con NPF, come mostrano altri studi.
    • Sottostima del POTS nel post-COVID – Nel campione analizzato non è stato rilevato nessun caso di POTS nei post-COVID, a differenza dei ME/CFS (30%). Questo dato è in contrasto con la letteratura scientifica, che stima la POTS nel 30–75% dei pazienti post-COVID. È quindi probabile che si tratti di una sottostima dovuta al numero ridotto di pazienti e ai criteri selettivi dello studio.
    • Metodiche alternative – Sono stati usati strumenti come Sudoscan, QST, microscopia corneale (IVCCM). Utili, ma non sostituiscono una valutazione completa con biopsia cutanea e test autonomici più sensibili.

    Cosa significa per i pazienti?

    Questo studio, con tutti i suoi limiti, è comunque un’ulteriore conferma scientifica di ciò che tanti pazienti e clinici osservano da anni:

    La sindrome da fatica cronica (ME/CFS) non è un’entità “misteriosa” o “eterea”, ma ha spesso una base organica e tangibile, legata a:

    • neuropatia delle piccole fibre (NPF), in particolare autonomica,
    • disfunzione del sistema nervoso autonomo (disautonomia),
    • e, in alcuni casi, meccanismi autoimmuni/infiammatori.

    Il fatto che ME/CFS e post-COVID mostrino alterazioni simili rafforza l’idea che si tratti di condizioni con un substrato biologico comune.

    La reale prevalenza di NPF in questi pazienti è sicuramente più alta di quella riportata. È fondamentale che vengano impiegati strumenti diagnostici completi (biopsia, tilt test, ecc.) per non lasciare invisibili queste condizioni.

    AINPF

  • Trasferimento passivo dei sintomi della fibromialgia da pazienti ai topi

    Trasferimento passivo dei sintomi della fibromialgia da pazienti ai topi.

     

    Trasferimento passivo dei sintomi della fibromialgia da pazienti ai topi

    (articolo che ha avuto molta risonanza mediatica) che ha dimostrato la seria possibilità di una base autoimmune della fibromialgia. Lo stesso avviene per la NPF considerata idiopatica (senza causa primaria).

    Infatti nei topi utilizzati per l’esperimento è avvenuta la degenerazione delle fibre nervose.

    Vai all’articolo.

     

     

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