Il 3 settembre 2026 è stato pubblicato su Science uno studio che merita attenzione anche nell’ambito della neuropatia delle piccole fibre. Il lavoro, condotto da Heles e colleghi, riguarda la neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia e studia un possibile effetto neuroprotettivo della psilocibina, con particolare attenzione ai mitocondri e al loro trasporto lungo le fibre nervose.
La neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia, o CIPN, è una complicanza di diversi farmaci antitumorali, in particolare taxani e composti del platino. Può provocare dolore neuropatico, bruciore, formicolii, intorpidimento, alterazioni della sensibilità e ipersensibilità al freddo. In questo tipo di neuropatia possono essere coinvolte anche le piccole fibre e le terminazioni nervose periferiche.
Il problema non è soltanto il controllo dei sintomi. Quando la neurotossicità diventa importante può essere necessario modificare la dose o la frequenza della chemioterapia, con conseguenze anche sulla gestione del trattamento oncologico.
Lo studio appena pubblicato parte proprio da questo punto: cercare di capire se sia possibile proteggere il nervo prima che il danno si sviluppi.
Che tipo di studio è stato fatto?
È importante chiarirlo, perché leggere che una sostanza “previene la neuropatia” può facilmente far pensare che sia già stata sperimentata con successo nei pazienti.
Il lavoro pubblicato su Science è uno studio preclinico. Gli effetti sulla prevenzione della neuropatia sono stati studiati soprattutto in modelli animali sottoposti a chemioterapia, insieme a esperimenti cellulari e meccanicistici utili per comprendere come avvenga la protezione del nervo.
Questa fase della ricerca serve a verificare se un’ipotesi biologica funziona in condizioni sperimentali e a capire attraverso quali meccanismi. Soltanto dopo risultati sufficientemente convincenti si può passare agli studi clinici nell’uomo.
È quindi corretto dire che lo studio ha mostrato un effetto neuroprotettivo nei modelli sperimentali utilizzati; non è invece ancora corretto dire che la psilocibina prevenga la neuropatia da chemioterapia nelle persone.
Cosa hanno osservato i ricercatori?
Nei modelli sperimentali la psilocibina è stata somministrata prima dell’esposizione alla chemioterapia. Gli autori hanno osservato una riduzione delle alterazioni sensitive tipiche della neuropatia, compresa l’ipersensibilità al freddo, insieme a una migliore preservazione delle terminazioni nervose periferiche.
L’effetto è stato studiato con diversi chemioterapici neurotossici, tra cui cisplatino, paclitaxel e docetaxel, ed è stato osservato anche nel corso di trattamenti ripetuti.
Un aspetto particolarmente importante riguarda l’efficacia oncologica: nei modelli studiati la psilocibina non ha compromesso l’attività antitumorale della chemioterapia.
Questo è uno dei motivi per cui il lavoro è interessante: non si tratta soltanto di osservare se un animale mostra meno dolore o meno ipersensibilità, ma di verificare se il tessuto nervoso viene effettivamente protetto dall’insulto neurotossico.
Il punto centrale dello studio: i mitocondri
Una parte importante del lavoro riguarda il traffico dei mitocondri lungo le fibre nervose.
I mitocondri sono fondamentali per la produzione di energia cellulare. Nei neuroni periferici, però, non basta che esistano: devono anche poter essere trasportati lungo l’assone e raggiungere le terminazioni più distali, che possono trovarsi molto lontano dal corpo cellulare. Il cisplatino altera questo processo: il movimento dei mitocondri lungo le fibre si riduce e le terminazioni nervose possono andare incontro a una carenza energetica che contribuisce alla loro vulnerabilità.
Nei modelli utilizzati nello studio, la psilocibina ha preservato il trasporto mitocondriale e la disponibilità energetica nelle regioni periferiche del neurone. Gli autori hanno inoltre individuato il coinvolgimento del recettore serotoninergico 5-HT2A. L’attivazione di questo recettore avvia una cascata di segnali intracellulari che coinvolge anche TrkB, Akt e PAK5 e arriva ai meccanismi che regolano il movimento dei mitocondri lungo la fibra. Quando questa via viene bloccata, viene meno anche l’effetto neuroprotettivo.
Gli esperimenti con un composto non allucinogeno capace di attivare la stessa via suggeriscono inoltre che l’aspetto più interessante del lavoro potrebbe non essere necessariamente l’effetto psichedelico della psilocibina, ma il meccanismo biologico che è stato individuato.
In altre parole, la psilocibina potrebbe aver permesso di identificare una nuova strada attraverso la quale aumentare la resistenza delle fibre nervose a un danno.
Perché questo studio interessa anche la NPF?
La neuropatia delle piccole fibre non è una singola malattia e non esiste una sola causa. Le piccole fibre possono essere danneggiate in condizioni metaboliche, genetiche, autoimmuni o disimmuni, tossiche, infettive o post-infettive, in associazione a diverse malattie sistemiche oppure per effetto di alcuni farmaci neurotossici. In altri casi, invece, la causa rimane sconosciuta.
Anche la neuropatia da chemioterapia può interessare le piccole fibre. Per questo gli studi che cercano di capire come proteggerle dal danno sono rilevanti anche per chi si occupa di NPF.
Bisogna però essere precisi su ciò che questo lavoro dimostra e su ciò che, invece, resta ancora da studiare: lo studio non dimostra che la psilocibina sia una terapia per tutte le forme di NPF e non sappiamo se lo stesso meccanismo possa essere sfruttato con successo nelle neuropatie dovute ad altre cause. C’è inoltre una differenza sostanziale tra proteggere una fibra prima che venga danneggiata e rigenerare una fibra già persa.
In questo studio il trattamento è stato utilizzato con finalità prevalentemente preventiva, prima dell’insulto neurotossico. I risultati mostrano quindi soprattutto una capacità di preservare le fibre e la loro funzione, non dimostrano che fibre già gravemente danneggiate possano essere riparate o fatte ricrescere grazie alla psilocibina.
Il dato interessante per la ricerca sulla NPF è un altro: se il mantenimento del traffico mitocondriale permette alle terminazioni nervose di resistere meglio a un insulto, diventa importante capire quanto questo meccanismo sia coinvolto anche in altre neuropatie e se possa diventare un bersaglio terapeutico più generale.
Adesso si passa allo studio nell’uomo
Il passaggio successivo è già stato programmato: NeuroGuard (NCT07227909) è uno studio clinico interventistico randomizzato di fase II, promosso da MD Anderson Cancer Center. Il registro ufficiale ClinicalTrials.gov prevede un arruolamento di 83 partecipanti con tumore della mammella, del colon-retto o del distretto testa-collo che devono essere sottoposti a chemioterapia neurotossica con taxani o composti del platino. Al 5 settembre 2026 lo studio risulta non ancora in fase di reclutamento e l’inizio è stimato per il 4 novembre 2026.
Questa volta, quindi, non si lavorerà più soltanto in laboratorio o su modelli animali: verranno studiati pazienti sottoposti a chemioterapia.
I partecipanti saranno assegnati in modo randomizzato a tre gruppi:
- _Nel primo braccio verranno somministrati 25 mg di psilocibina in quattro sessioni supervisionate: due prima dell’inizio della chemioterapia e due durante i cicli successivi.
- _Nel secondo verrà utilizzata una dose subpercettiva di 1 mg, somministrata a giorni alterni per due settimane prima dei primi tre cicli di chemioterapia, per un totale previsto di 21 dosi.
- _Il terzo gruppo riceverà invece la normale terapia di supporto prevista dal centro, senza farmaco sperimentale.
Il confronto principale previsto dal protocollo sarà tra il gruppo trattato con 25 mg di psilocibina e i due gruppi di controllo considerati insieme.
Che cosa misurerà lo studio?
L’obiettivo principale dichiarato nel protocollo è valutare se la psilocibina riesca a prevenire o attenuare la neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia.
L’endpoint di efficacia principale sarà la percentuale di partecipanti che, dopo 12 settimane, presenterà un peggioramento di almeno il 25% rispetto alla situazione iniziale nella sottoscala sensitiva del questionario EORTC QLQ-CIPN20, uno strumento utilizzato per valutare i sintomi della neuropatia da chemioterapia.
Tra gli obiettivi secondari verranno valutati anche l’incidenza e la gravità della neuropatia secondo i criteri NCI-CTCAE e la frequenza con cui la neurotossicità renderà necessario modificare la dose o la frequenza della chemioterapia.
Il protocollo prevede inoltre valutazioni relative a qualità di vita, dolore, sonno, stanchezza, funzionalità e altri aspetti clinici e psicosociali.
La sicurezza e gli eventi avversi verranno naturalmente monitorati durante lo studio. (ClinicalTrials.gov)
Cosa significa fase II?
Prima di arrivare all’uso clinico di un trattamento si passa generalmente attraverso diverse fasi. Gli studi preclinici servono a studiare i meccanismi biologici e gli effetti di un possibile trattamento in laboratorio e nei modelli sperimentali. Gli studi clinici iniziano quando la ricerca passa alle persone.
Nelle prime fasi viene studiata soprattutto la sicurezza del trattamento, mentre con gli studi di fase II si comincia a verificare in maniera più strutturata se esista un’efficacia clinica nel problema che si vuole trattare, continuando contemporaneamente a raccogliere dati sulla sicurezza.
Un eventuale risultato positivo di NeuroGuard sarebbe quindi molto importante, ma non significherebbe automaticamente che la psilocibina possa essere introdotta nella normale pratica clinica per prevenire la neuropatia da chemioterapia. Se emergerà un beneficio convincente, saranno necessari ulteriori studi, generalmente più grandi e confermativi.
Il percorso, semplificando, è questo:
studio preclinico → primi studi clinici nell’uomo → studi di efficacia più ampi → eventuale utilizzo clinico.
Con questa ricerca ci troviamo quindi in un momento particolarmente interessante: i risultati preclinici sono appena stati pubblicati e adesso dovrà essere verificato se ciò che è stato osservato sperimentalmente si traduce davvero in un beneficio per i pazienti.
Perché vale la pena seguire questa linea di ricerca
È ancora troppo presto per parlare di una nuova terapia per la NPF e sarebbe scorretto presentare lo studio in questo modo.
Quello che abbiamo oggi è però un dato interessante: nei modelli studiati è stato possibile proteggere le terminazioni nervose da un insulto neurotossico intervenendo su un meccanismo che riguarda il trasporto dei mitocondri e il mantenimento dell’energia all’interno della fibra.
La possibilità di passare dalla semplice gestione del dolore alla protezione del nervo stesso rappresenta uno degli obiettivi più importanti nella ricerca sulle neuropatie.
Resta da capire quanto questo meccanismo sia specifico della neuropatia da chemioterapia e quanto, invece, possa avere implicazioni anche per altre forme di danno delle piccole fibre. Abbiamo una nuova strada da studiare e, soprattutto, un trial clinico già programmato che permetterà di capire se la neuroprotezione osservata sperimentalmente può essere riprodotta anche nell’uomo. È una ricerca che seguiremo certamente con attenzione.
AINPF
Riferimenti
Heles M. et al. Psilocybin prevents chemotherapy-induced peripheral neuropathy through mitochondrial trafficking preservation. Science. 3 settembre 2026;393(6815):eaec6116. DOI: 10.1126/science.aec6116. PMID: 42691184.
NeuroGuard: Psilocybin Trial for Preventing Chemo-induced Neuropathy. ClinicalTrials.gov ID: NCT07227909. Sponsor: MD Anderson Cancer Center. Studio di fase II, randomizzato, 83 partecipanti previsti. (ClinicalTrials.gov)
Questo articolo ha finalità esclusivamente scientifiche e divulgative. I risultati descritti nello studio pubblicato su Science sono preclinici e non costituiscono un’indicazione all’utilizzo della psilocibina per la neuropatia delle piccole fibre o per la neuropatia indotta dalla chemioterapia.


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