Il 28 agosto 2026 è stato pubblicato sull’American Journal of Medicine un nuovo consenso internazionale dedicato alla POTS e alle persone che presentano intolleranza ortostatica e sintomi autonomici importanti, pur senza raggiungere l’aumento della frequenza cardiaca richiesto per la diagnosi di POTS. È un documento particolarmente interessante perché affronta un problema che noi affetti da neuropatia delle piccole fibre conosciamo bene: non esiste soltanto la POTS. Eppure, ancora oggi, POTS e disautonomia vengono spesso utilizzate quasi come sinonimi, come se l’unico modo in cui il sistema nervoso autonomo possa funzionare male fosse quello di far aumentare i battiti di un determinato numero quando ci si alza in piedi. La POTS è una specifica forma di disautonomia, non rappresenta tutta la disautonomia.
Che cosa cambia con questo documento
Il consenso non modifica i criteri diagnostici della POTS e non propone di diagnosticare la POTS a chiunque stia male in posizione eretta.
I criteri rimangono quelli già conosciuti: devono essere presenti sintomi di intolleranza ortostatica da almeno tre mesi e, entro dieci minuti dall’assunzione della posizione eretta o durante il tilt test, la frequenza cardiaca deve aumentare di almeno 30 battiti al minuto nell’adulto o di almeno 40 battiti nell’adolescente tra 12 e 19 anni. Non deve inoltre esserci un’ipotensione ortostatica che spieghi il quadro e devono essere escluse altre possibili cause della tachicardia.
Il punto nuovo è un altro: se il paziente non raggiunge quella soglia, non significa automaticamente che non abbia una disautonomia.
Esistono persone che in piedi sviluppano capogiri, sensazione di testa vuota, debolezza, palpitazioni, nebbia mentale, cefalea, stanchezza estrema, intolleranza allo sforzo, alterazioni della circolazione periferica e altri sintomi autonomici, ma la cui frequenza cardiaca non aumenta abbastanza da permettere una diagnosi di POTS.
Questi pazienti rischiano di rimanere senza diagnosi, senza trattamento e persino esclusi dagli studi clinici semplicemente perché non raggiungono il numero di battiti richiesto.
Come è stato realizzato
Non si tratta di uno studio clinico condotto su un gruppo di pazienti, ma di un documento di consenso costruito attraverso una metodologia Delphi modificata***.
Hanno partecipato complessivamente 40 professionisti provenienti da sette Paesi, con competenze in neurologia, cardiologia, pediatria, medicina interna, medicina fisica e riabilitativa, reumatologia, gastroenterologia, medicina del dolore e psichiatria. Sono stati coinvolti anche rappresentanti di quattro organizzazioni di pazienti. Gli esperti hanno valutato 31 dichiarazioni riguardanti la natura della POTS, la diagnosi, il trattamento, la qualità della vita, la formazione dei professionisti, le tutele per i pazienti e le priorità della ricerca. Ventiquattro dichiarazioni hanno ottenuto l’unanimità. Le altre sette hanno comunque raggiunto un accordo compreso tra il 92,5% e il 97,5%.
Quello che segue è il contenuto delle 31 dichiarazioni, tradotto in italiano.
Nota: L’espressione “disautonomia non-POTS” viene utilizzata dagli autori soltanto come termine descrittivo provvisorio. Non rappresenta ancora una nuova diagnosi ufficiale e gli stessi autori non ne raccomandano, per ora, l’adozione come denominazione definitiva nella pratica clinica.
***È un metodo utilizzato per costruire un consenso tra esperti quando le evidenze scientifiche disponibili non sono ancora sufficienti per produrre linee guida vere e proprie. Un gruppo ristretto prepara una serie di affermazioni sui temi ritenuti più importanti; queste vengono poi discusse, corrette e sottoposte al voto di un gruppo più ampio di specialisti. Prima di iniziare viene stabilita anche la percentuale minima necessaria per considerare raggiunto il consenso. In questo caso erano state formulate inizialmente 33 dichiarazioni, successivamente riviste e ridotte a 31. I partecipanti potevano dichiararsi d’accordo o in disaccordo e aggiungere osservazioni. La soglia minima stabilita dagli autori era il 70%, ma tutte le dichiarazioni hanno ottenuto fin dal primo turno un accordo compreso tra il 92,5% e il 100%; per questo non sono stati necessari ulteriori cicli di votazione.
In pratica un gruppo internazionale e multidisciplinare di professionisti, insieme a rappresentanti dei pazienti, ha raggiunto un accordo molto forte su come riconoscere, valutare e assistere le persone con POTS e con altre forme di disfunzione autonomica che non rientrano nei criteri della POTS.
Le 31 dichiarazioni del consenso
- La POTS è una sindrome con molteplici cause, caratterizzata da manifestazioni neurologiche, cardiovascolari e multisistemiche.
- La POTS è un disturbo del sistema nervoso autonomo.
- La POTS rappresenta uno dei fenotipi appartenenti alla più ampia categoria delle disautonomie, dette anche disfunzioni autonomiche.
- La POTS non è causata da fattori psicologici, ansia, disturbi dell’umore, paura di stare in piedi o comportamenti di evitamento.
- La POTS e gli altri disturbi autonomici non sono disturbi neurologici funzionali.
- I pazienti che presentano sintomi autonomici e una compromissione funzionale simili a quelli delle persone con POTS, ma non raggiungono l’aumento della frequenza cardiaca di 30 battiti negli adulti o 40 negli adolescenti, presentano quella che nel documento viene provvisoriamente definita “disautonomia non-POTS”.
- POTS e disautonomia non-POTS possono essere disturbi primari oppure presentarsi in associazione con condizioni sistemiche, tra cui hEDS e disturbi dello spettro dell’ipermobilità, emicrania, neuropatia delle piccole fibre, sindrome da attivazione mastocitaria, Long COVID e altre condizioni.
- La POTS è definita da un aumento della frequenza cardiaca di almeno 30 battiti negli adulti o 40 negli adolescenti tra 12 e 19 anni, associato a sintomi cronici di intolleranza ortostatica. Alcuni pazienti, tuttavia, possono presentare caratteristiche cliniche simili senza raggiungere tale aumento.
- La mancata diagnosi nei pazienti che non raggiungono le soglie della frequenza cardiaca può determinare diagnosi errate, assenza di una gestione adeguata e persistenza della compromissione funzionale.
- Nella valutazione deve essere eseguito un test in piedi della durata di dieci minuti e/o un tilt test. Il mancato raggiungimento dell’aumento di 30 battiti negli adulti o 40 negli adolescenti non esclude una disautonomia.
- Secondo il documento, nei pazienti che non raggiungono tali soglie ma presentano caratteristiche cliniche altrimenti compatibili con la POTS dovrebbe essere riconosciuta una disautonomia non-POTS.
- Questionari validati come il COMPASS-31 e la Malmö POTS Scale possono aiutare nella valutazione della disautonomia nei pazienti che non raggiungono le soglie della frequenza cardiaca.
- In assenza di controindicazioni all’aumento di liquidi e sale, le strategie non farmacologiche dovrebbero essere applicate sia nella POTS sia nella disautonomia non-POTS.
- Quando un trattamento non farmacologico adeguatamente ottimizzato non produce miglioramenti o determina soltanto un beneficio parziale, le terapie farmacologiche dovrebbero essere introdotte tempestivamente.
- Psicoterapia e antidepressivi non dovrebbero essere utilizzati come trattamento di prima scelta per la POTS o la disautonomia non-POTS.
- L’esercizio in posizione reclinata o seduta è incoraggiato, ma deve essere personalizzato in base ai sintomi, alla capacità di esercizio e alla presenza e gravità del malessere post-sforzo.
- Le persone con POTS e quelle con disautonomia non-POTS possono presentare una compromissione funzionale e una riduzione della qualità della vita simili.
- I trattamenti utilizzati nella POTS possono essere applicabili anche alla disautonomia non-POTS e possono migliorare la qualità della vita.
- POTS e disautonomia non-POTS possono essere condizioni croniche e invalidanti per la maggior parte dei pazienti.
- POTS e disautonomia non-POTS dovrebbero essere inserite nei programmi di formazione di studenti di medicina, specializzandi, medici di medicina generale, specialisti e professionisti sanitari.
- Internisti, pediatri, neurologi e cardiologi dovrebbero acquisire competenze nella diagnosi e nel trattamento della POTS e della disautonomia non-POTS.
- Quando il paziente soddisfa i criteri diagnostici della POTS, dovrebbe essere utilizzato il codice ICD-10-CM G90.A.
- È necessario creare un codice ICD-10 specifico per la disautonomia non-POTS, che attualmente non esiste.
- POTS e disautonomia non-POTS dovrebbero essere considerate diagnosi valide nella valutazione degli adattamenti scolastici e lavorativi.
- Entrambe le condizioni possono rendere impossibile mantenere un’occupazione. In questi casi dovrebbero essere considerate diagnosi valide ai fini del riconoscimento delle prestazioni per disabilità nei pazienti che ne possiedono i requisiti.
- Sono urgentemente necessari maggiori finanziamenti per la ricerca traslazionale e per migliorare l’assistenza clinica delle persone con POTS e disautonomia non-POTS.
- È urgente ampliare le possibilità terapeutiche attraverso farmaci nuovi e farmaci già esistenti utilizzati per nuove indicazioni.
- Sono necessari biomarcatori validati, facilmente accessibili e sostenibili dal punto di vista economico.
- È urgentemente necessario migliorare la formazione dei medici per garantire un’assistenza adeguata.
- Devono essere sviluppati percorsi clinico-assistenziali validati.
- Deve essere migliorato l’accesso a un’assistenza multidisciplinare composta da medici esperti e altri professionisti sanitari.
Che cosa significa
Il messaggio centrale è molto chiaro: la frequenza cardiaca è fondamentale per stabilire se il paziente soddisfa i criteri della POTS, ma non può essere utilizzata come unico indicatore del funzionamento dell’intero sistema nervoso autonomo. Il test in piedi della durata di dieci minuti e il tilt test rimangono importanti, tuttavia, il mancato raggiungimento dell’aumento di 30 o 40 battiti non dovrebbe portare automaticamente a concludere che non esista alcuna disfunzione autonomica. Secondo gli esperti, la valutazione deve considerare anche la storia clinica, i sintomi ortostatici, il coinvolgimento degli altri apparati, le limitazioni nella vita quotidiana e gli eventuali risultati degli altri test autonomici.
Tra i sintomi più frequentemente riportati nel documento troviamo capogiri o sensazione di testa vuota in posizione eretta, stanchezza, palpitazioni, nebbia mentale, intolleranza allo sforzo e cefalea. Vengono considerate importanti anche manifestazioni come l’acrocianosi e le alterazioni gastrointestinali, vascolari, sudomotorie e cognitive.
Alcuni esperti hanno sottolineato l’utilità delle misurazioni del flusso sanguigno cerebrale e di altri parametri fisiologici, perché due persone con sintomi e riduzione dell’afflusso di sangue al cervello simili possono presentare aumenti della frequenza cardiaca differenti.
Anche i questionari COMPASS-31 e Malmö POTS Scale possono aiutare a misurare il carico dei sintomi, ma gli stessi partecipanti al consenso ne riconoscono i limiti. Non possiedono valori soglia sufficientemente validati per formulare da soli una diagnosi e devono quindi affiancare, non sostituire, la valutazione clinica.
Noi affetti da NPF lo sappiamo bene: non esiste soltanto la POTS
Per chi vive con una neuropatia delle piccole fibre questo concetto non è una scoperta: le piccole fibre non trasmettono soltanto dolore, temperatura e prurito; una parte di esse appartiene al sistema nervoso autonomo e contribuisce a regolare la sudorazione, i piccoli vasi, la pressione, la temperatura corporea, la digestione, la funzione vescicale e quella urogenitale. Quando vengono danneggiate possono quindi comparire alterazioni autonomiche anche senza l’aumento dei battiti necessario per diagnosticare la POTS.
Una persona può avere difficoltà di vasocostrizione, ristagno di sangue nelle parti inferiori del corpo, alterazioni della sudorazione e della termoregolazione, disturbi gastrointestinali o urinari e una forte intolleranza ortostatica senza avere necessariamente la POTS. Eppure troppo spesso, se il paziente non raggiunge la famosa soglia dei 30 o 40 battiti, si finisce per concludere che non abbia alcun problema autonomico.
Questo consenso afferma chiaramente ciò che ripetiamo da tempo: la POTS è una forma di disautonomia, ma non tutte le disautonomie sono POTS. Il documento cita espressamente la neuropatia delle piccole fibre sia tra i possibili meccanismi coinvolti nella POTS sia tra le condizioni che possono associarsi alla POTS e alle altre forme di disautonomia.
Non è ansia e non è un disturbo neurologico funzionale
Su questo punto tutti i 40 esperti hanno raggiunto l’unanimità.
Il documento afferma che la POTS non è causata dall’ansia, da un disturbo dell’umore, dalla paura di stare in piedi o da comportamenti di evitamento. Afferma inoltre che POTS e altri disturbi autonomici non sono disturbi neurologici funzionali. Naturalmente una persona con disautonomia può avere anche ansia, depressione o, più raramente, un disturbo neurologico funzionale. Queste condizioni possono coesistere e devono essere trattate quando presenti, ma non possono essere utilizzate per spiegare o negare la disfunzione autonomica. Gli autori precisano inoltre che psicoterapia e antidepressivi non devono essere considerati trattamenti di prima scelta per la POTS o per le altre disautonomie. Possono essere indicati quando esiste anche un disturbo psicologico o psichiatrico che richiede una propria terapia, ma non sostituiscono il trattamento del problema autonomico.
Il trattamento non dovrebbe dipendere soltanto dai battiti
Secondo il consenso, anche le persone con un quadro autonomico simile alla POTS ma senza il necessario aumento della frequenza cardiaca devono ricevere una valutazione terapeutica. Il trattamento inizia generalmente con misure non farmacologiche, come un adeguato apporto di liquidi, un eventuale aumento del sale, l’utilizzo di indumenti compressivi e la riduzione dei fattori che aggravano i sintomi. Ovviamente l’aumento di sale e liquidi non è però adatto indistintamente a tutti: in presenza di ipertensione, malattie cardiache, renali o altre controindicazioni deve essere valutato dal medico.
Quando queste strategie, pur correttamente applicate, non determinano un miglioramento funzionale sufficiente, gli esperti ritengono che non si debba ritardare senza motivo la valutazione di una terapia farmacologica. Nella discussione vengono citati farmaci utilizzati nella pratica clinica, tra cui betabloccanti, midodrina, ivabradina, piridostigmina e fludrocortisone. La scelta deve essere personalizzata in base alle caratteristiche del paziente, alla pressione, al meccanismo prevalente e alle altre condizioni presenti.
Non esiste ancora un farmaco approvato specificamente dalla FDA per la POTS e le prove disponibili restano limitate; una revisione richiamata dagli autori ha individuato 21 studi clinici randomizzati condotti tra il 2000 e il 2025, per un totale di circa 750 partecipanti. Non sono ancora sufficienti per stabilire con certezza quale trattamento debba essere utilizzato come prima scelta nei diversi fenotipi. Il consenso non propone quindi una terapia uguale per tutti e non autorizza il fai da te; chiede semplicemente che i pazienti non vengano lasciati senza trattamento soltanto perché non raggiungono una determinata soglia di frequenza cardiaca.
Attività fisica e malessere post-sforzo
Anche il passaggio dedicato all’attività fisica merita particolare attenzione: la dichiarazione numero 16 afferma espressamente che l’esercizio in posizione reclinata o seduta può essere incoraggiato, ma deve essere personalizzato tenendo conto dei sintomi, delle effettive capacità della persona e della presenza e gravità del malessere post-sforzo, cioè la PEM. Non tutti i pazienti tollerano quindi lo stesso livello di attività e non è corretto applicare automaticamente il medesimo programma riabilitativo a chiunque abbia una POTS o un’altra forma di disautonomia.
Il consenso non afferma che l’esercizio debba essere evitato da tutti, ma che deve essere realmente adattato alla persona, considerando anche il malessere post-sforzo e non soltanto la frequenza cardiaca o il presunto decondizionamento.
Il numero dei battiti non misura la disabilità
Uno dei messaggi più importanti del documento è che l’entità dell’aumento della frequenza cardiaca non coincide necessariamente con la gravità dei sintomi o con la disabilità.
Persone con POTS e persone con intolleranza ortostatica senza tachicardia significativa possono presentare un carico sintomatologico e una compromissione funzionale simili. Negli studi citati dagli autori sono state osservate anche alterazioni comparabili del flusso sanguigno cerebrale in posizione eretta e dell’anidride carbonica di fine espirazione. La qualità della vita può essere profondamente compromessa: il documento ricorda che negli studi sulla POTS sono stati osservati livelli di disabilità paragonabili, o in alcuni casi persino superiori, a quelli rilevati nello scompenso cardiaco e nella broncopneumopatia cronica ostruttiva. Per questo la gravità di una disautonomia non può essere giudicata contando soltanto quanti battiti aumentano durante un test.
Gli esperti affermano all’unanimità che POTS e altre forme di disautonomia possono essere croniche e invalidanti. Devono essere considerate condizioni valide nella valutazione degli adattamenti scolastici e lavorativi e, nei casi più gravi, possono impedire di mantenere un’occupazione. Il mancato raggiungimento della soglia della POTS, da solo, non dovrebbe quindi essere utilizzato per negare le tutele a una persona che presenta una compromissione autonomica e funzionale documentata.
Cosa chiedono gli esperti
Il consenso chiede una classificazione condivisa delle disautonomie, biomarcatori validati e accessibili, studi su farmaci nuovi o già esistenti, questionari più specifici e percorsi clinico-assistenziali strutturati. Chiede inoltre una maggiore formazione di medici di base, internisti, pediatri, neurologi, cardiologi e degli altri professionisti coinvolti. La disautonomia dovrebbe entrare stabilmente nei programmi universitari e specialistici, perché non è possibile continuare ad affidare il riconoscimento di queste condizioni soltanto a pochi centri.
È necessario anche migliorare l’accesso a un’assistenza multidisciplinare, soprattutto per i pazienti con coinvolgimento neurologico, cardiovascolare, gastrointestinale, immunitario, riabilitativo e del dolore.
I limiti
Il documento è autorevole e importante, ma non deve essere presentato come una prova definitiva; si basa sul parere e sull’esperienza di esperti sostenuti dalla letteratura disponibile. Non raccoglie nuovi dati clinici su una coorte di pazienti e non utilizza un sistema formale di valutazione della qualità delle prove. Gli stessi autori riconoscono che le conoscenze sulle disautonomie che non rientrano nei criteri tradizionali della POTS sono ancora limitate. Ammettono inoltre un possibile rischio di selezione: il gruppo potrebbe aver incluso professionisti con opinioni simili, aumentando artificialmente il livello di accordo.
Soprattutto, “disautonomia non-POTS” non è ancora una diagnosi ufficiale. Servono una terminologia condivisa, criteri precisi, biomarcatori e studi prospettici.
Conclusioni
Il vero valore di questo consenso consiste nell’aver affermato chiaramente che la disautonomia non può essere ridotta a una soglia di frequenza cardiaca. La POTS rimane una sindrome definita anche da un determinato aumento dei battiti, ma una persona può avere un’importante intolleranza ortostatica, alterazioni autonomiche multisistemiche e una grave limitazione funzionale senza soddisfare quel criterio.
Noi affetti da neuropatia delle piccole fibre autonomica lo sappiamo bene: il sistema nervoso autonomo regola moltissime funzioni e può essere compromesso in modi differenti. Non tutto è POTS e non tutto deve diventarlo per essere riconosciuto.
La POTS è una forma di disautonomia, ma non tutte le disautonomie sono POTS.
Nota: questo approfondimento è stato realizzato da AINPF a partire dal testo completo dello studio. Se desiderate riprenderlo, anche parzialmente, vi chiediamo di citare AINPF – Associazione Italiana Neuropatia delle Piccole Fibre APS come fonte e di inserire il link a questo articolo.
Riferimento bibliografico
Sivakoti K, Cortez M, Fedorowski A, Fudim M, Lau DH, Novak P, Rowe PC, Schofield JR, Blitshteyn S; International POTS and Dysautonomia Expert Panel. Postural Orthostatic Tachycardia Syndrome (POTS) and Dysautonomia: International Multidisciplinary Expert Consensus. The American Journal of Medicine. Pubblicato online il 28 agosto 2026. DOI: 10.1016/j.amjmed.2026.08.012.









