Fonte studio: The effect of high-dose long-term therapy of intravenous immunoglobulins in autoimmune autonomic and sensory small fiber neuropathy: a retrospective open-label controlled study
Scientific Reports, 2025
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Negli ultimi giorni è stato pubblicato su Scientific Reports (rivista del gruppo Nature) un nuovo studio che ha riacceso l’attenzione sul possibile ruolo delle immunoglobuline endovenose (IVIG) nella neuropatia delle piccole fibre a prevalente interessamento autonomico.
Proprio perché si tratta di un lavoro recente, è importante chiarire fin da subito che tipo di studio è, su quali basi sono stati selezionati i pazienti e quali conclusioni è corretto trarne, evitando semplificazioni o interpretazioni forzate.
Lo studio è stato pubblicato a Dicembre 2025 e rappresenta uno dei lavori più strutturati usciti negli ultimi anni sul tema IVIG e neuropatia delle piccole fibre autonomica.
Questo è un punto rilevante:
non stiamo parlando di una vecchia case series o di un’osservazione isolata, ma di un lavoro che si inserisce nel dibattito scientifico attuale, in un momento in cui la neuropatia delle piccole fibre viene finalmente studiata in modo più sistematico.
Che tipo di studio è
Lo studio è uno studio retrospettivo, controllato e open-label.
In pratica significa che:
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i ricercatori hanno analizzato dati clinici reali già esistenti (non uno studio sperimentale prospettico),
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hanno confrontato un gruppo trattato con IVIG ad alte dosi e per lungo periodo con un gruppo di controllo che ha ricevuto solo terapia sintomatica,
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il trattamento non era in cieco (pazienti e medici sapevano quale terapia veniva somministrata).
Questo tipo di studio non fornisce prove definitive, ma è molto utile per:
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osservare l’andamento reale dei pazienti nel tempo,
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valutare segnali di efficacia,
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identificare sottogruppi che meritano studi futuri più rigorosi.
Gli stessi autori sottolineano la necessità di trial randomizzati controllati per confermare i risultati.
Chi erano i pazienti inclusi
I pazienti non sono stati selezionati in base a test di laboratorio isolati.
L’inclusione si basava su:
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sintomi autonomici clinicamente rilevanti,
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test autonomici oggettivamente patologici,
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biopsia cutanea compatibile con neuropatia delle piccole fibre.
Solo in seconda battuta venivano considerati eventuali indizi di attivazione immunitaria, intesi in senso ampio e prudente.
Questo punto è fondamentale: La base della diagnosi è clinico-strumentale, non laboratoristica.
Il ruolo degli aspetti immunologici
I pazienti non dovevano avere necessariamente:
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una diagnosi di lupus, Sjögren, vasculite o altra malattia autoimmune definita,
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autoanticorpi specifici o patognomonici,
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pannelli immunologici complessi o test di laboratorio particolari.
L’ipotesi di una probabile mediazione immunitaria si basava invece su un insieme di elementi clinici e strumentali coerenti.
In particolare, per essere considerati eleggibili allo studio, i pazienti presentavano:
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un quadro clinico compatibile con neuropatia delle piccole fibre a prevalente interessamento autonomico,
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test autonomici oggettivamente patologici confirmativi,
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biopsia cutanea compatibile con neuropatia delle piccole fibre.
A questi criteri principali potevano associarsi, ma non erano obbligatori, uno o più indizi di attivazione immunitaria, tra cui:
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la presenza di autoanticorpi comuni e aspecifici (ad esempio ANA a basso titolo o anticorpi tiroidei),
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una storia clinica suggestiva per un trigger immunologico (come esordio post-infettivo o andamento infiammatorio),
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altri segni indiretti di coinvolgimento immunitario documentati nella storia clinica.
Lo studio non utilizza autoanticorpi come criterio principale di selezione. Non parte da “chi ha un certo anticorpo” per poi decidere il trattamento.
Gli elementi immunologici, quando presenti, vengono considerati come parte del contesto, non come prova né come requisito indispensabile.
In altre parole:
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i pazienti non sono stati arruolati sulla base di test anticorpali specifici,
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né sulla base di pannelli di laboratorio proposti come scorciatoia diagnostica.
Questo è coerente con l’approccio scientifico corretto: l’ipotesi di una mediazione immunitaria nasce dall’insieme del quadro clinico, non da un singolo esame.
Cosa mostrano i risultati
Nel gruppo trattato con immunoglobuline endovenose ad alte dosi e per un periodo prolungato, lo studio osserva:
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un miglioramento dei sintomi autonomici riferiti dai pazienti,
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un miglioramento di alcuni parametri autonomici oggettivi,
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in alcuni casi, anche segnali di recupero a livello delle fibre nervose cutanee.
Nel gruppo di controllo, trattato solo in modo sintomatico, questi miglioramenti non si osservano o risultano molto più limitati.
Cosa NON dimostra lo studio
È importante essere chiari anche su questo.
Lo studio non dimostra che:
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esista un singolo biomarcatore immunologico diagnostico per la neuropatia delle piccole fibre,
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basti un esame del sangue per decidere una terapia immunomodulante,
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le immunoglobuline siano una terapia da applicare indiscriminatamente.
Dimostra invece che esiste un sottogruppo di pazienti, identificato su basi cliniche e strumentali solide, in cui una mediazione immunitaria è plausibile e in cui la risposta alle IVIG merita di essere studiata seriamente.
Il messaggio corretto da portare a casa
Questo nuovo studio rafforza un concetto: la neuropatia delle piccole fibre può avere una componente immunitaria, anche quando non esistono marcatori immunologici netti o “risolutivi”.
Allo stesso tempo, non legittima approcci semplicistici, né l’uso improprio di test di laboratorio come sostituti della valutazione clinica.
È un lavoro che invita ad intensificare la ricerca, utilizzare più rigore, e a un approccio multidisciplinare serio, centrato sul paziente.
Ed è esattamente questo il tipo di medicina di cui le persone con neuropatia delle piccole fibre hanno bisogno.
AINPF
